Padre quotidiano

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Koplik di Sopra, 2002. Gianni Amelio, famoso “regissore” italiano, ha scelto questa zona dell’Albania per girare il suo film Lamerica. Il posto, i suoi abitanti e le sue tradizioni gli ricordano, per certi versi, il piccolo paese della Calabria in cui è cresciuto. Anche lui è emigrato, da laggiù, molto tempo fa. La sua presenza a Koplik è accolta ora con curiosità ora con indignazione, perché a seconda delle giornate può dar lavoro solo a trenta, venti, dieci dei loro. E tutti gli altri? Quando iniziano le riprese sulle montagne va anche peggio: uno dei camion che trasportano le comparse rischia di uscire di strada, glielo dicono chiaro e tondo, al “regissore”, non si fa morire la gente per un film. Succede poi che alcuni ragazzi gli domandino se davvero sia un “pederasto”, come si dice in giro, e se fosse così gentile da dar loro un lavoro, una particina, loro in cambio, magari, ecco sì. Lui declina con gentilezza e non risponde né sì né no, troppo complicato spiegare il suo senso dell’amore, del sesso, dell’affettività. Con il passare dei giorni il muro di diffidenza si assottiglia, fino a che uno dei suoi nuovi amici porta da lui il figlio adolescente Arben Ethem Zekaj, dicendogli che se vuole da ora è figlio suo, e pregandolo di portarlo con sé in Italia...

Luan Amelio Ujkaj (il vero nome di Arben Ethem Zekaj) è l’ultima persona inquadrata nel film Lamerica, subito prima dei titoli di coda. Il suo è l’ultimo sguardo in camera dopo quello di altri uomini e donne che, stipati su un’enorme barca, salpano verso un futuro diverso, si spera migliore. L’Albania di vent’anni fa, la Libia di oggi, l’Italia del secolo scorso: noi umani ci somigliamo più di quanto siamo disposti a credere, e quello che doveva essere solo un film sull’identità dei migranti è stato per Amelio il viaggio verso un’identità a lui ancora più ignota, la paternità. Ha scelto di raccontare questa storia in un modo inedito e bellissimo, estraniando se stesso e creando un personaggio che è lui e al tempo stesso no, e un altro personaggio che è Luan ma al tempo stesso è Arben. Lo crederemmo un romanzo politico, fermandoci alla sinossi: parla di migranti, di etnie verso le quali oggi si riversano campagne d’odio, di un “pederasto” che diventa padre e che oggi è anche nonno. In nessuna sillaba, tuttavia, si avverte l’intento di denunciare una società sbagliata. Questo libro fa ciò che buona parte di noi ha troppa rabbia dentro per fare: ripartire dalle persone, dalle storie, dagli sguardi, dal modo di parlare o di camminare. Amelio racconta questo, e noi capiamo, e non c’è bisogno di altro.



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