Paese d’ombre

Paese d’ombre

Il piccolo Angelo è appena arrivato davanti all’ampio portone della casa padronale di Don Francesco Fulgheri, l’avvocato. Come al solito il vecchio lo ha mandato nelle botteghe a fare qualche commissione per lui: comprare un po’ di pane, del latte, delle fave o un po’ di carne per il brodo. Ad Angelo piace passare i pomeriggi in compagnia di Don Francesco, magari a spazzolare e dar la biada a Zurito, il capriccioso cavallo bianco dell’avvocato. Come al solito il portone ha emesso il familiare cigolio che avvisa il padrone di casa dell’arrivo di un ospite. Le mani di Don Francesco profumano di tabacco e inchiostro. L’avvocato Fulgheri è molto affezionato a quel bambino curioso, orfano di padre, che non ha nessuno a parte lui e sua madre Sofia. I suoi parenti, ben lontani da essere una guida per il piccolo, alcuni anni prima avevano invece cercato di impossessarsi dell’eredità che suo padre, Giuseppe Uras, gli aveva lasciato: una casa nel paese natale di Norbio e un piccolo appezzamento di terra nelle campagne di Acquacotta. Anche in quel frangente, l’avvocato aveva aiutato lui e sua madre a far valere i loro diritti; d’altra parte Don Francesco Fulgheri spesso patrocina gratuitamente in tribunale le cause dei poveri, come quando ha difeso strenuamente i due pastori Mummìa e Tincone, incarcerati per essersi ribellati alla nuova legge sulle chiudende e all’abolizione dello sfruttamento comunitario delle terre. Ancora non ha dimenticato i loro volti quando fu eseguita la pena capitale, per l’ultima volta prima dell’abolizione nel Regno di Sardegna della pena di morte…/p>

Paese d’ombre, premio Strega nel 1972, è prima di tutto un romanzo storico, ricco di testimonianze sulla Sardegna di fine Ottocento. Giuseppe Dessì sceglie di ambientare il suo romanzo nell’immaginario paese di Norbio, che si rivela essere poi il paese in cui è nato e per il quale ha provato per tutta la sua vita un grande affetto e una grande nostalgia: Villacidro. Gli oliveti, la piazza, la costruzione del Lavatoio grazie alla lungimiranza del protagonista del romanzo, che poi diventa un sindaco attento alle necessità della popolazione, hanno tutti dei riferimenti reali e ancora oggi si possono visitare i percorsi del romanzo perché pur avendo modificato il suo volto, a Villacidro rimangono saldi i punti di riferimento architettonici e naturalistici descritti da Dessì. Oltre alle tradizioni e alla vita quotidiana nella Sardegna dell’Ottocento, l’autore fa attraversare ai personaggi momenti cruciali della storia, come la vicenda dell’Eccidio di Buggerru del 1904, la protesta contro l’aumento delle ore di lavoro nelle miniere che venne repressa nel sangue dall’esercito che sparò sulla folla uccidendo quattro persone e che diede vita al primo sciopero generale dei lavoratori in Italia. Il fascino del romanzo è ‒ oltre allo stile di scrittura pacato, che si sofferma sui dettagli e riesce a far visualizzare al lettore perfino i profumi dei boschi di lecci e delle olive appena macinate ‒ il suo farsi reportage di vite e moti d’animo che appena un secolo fa costituivano la base della società in Sardegna. Attraverso la vita di Angelo Uras il lettore viene accompagnato indietro nel tempo, in una società contadina e legata alla terra e alla tradizione: un modo di vivere che però comincia ad essere scardinato proprio dal carattere rivoluzionario di Angelo, che si fa emanazione della modernità e dell’avanzare del progresso, pur nel rispetto per la natura: gli scorci della campagna sono fra i passaggi più sinceri e interessanti del libro. Giuseppe Dessì ha riversato sempre nei suoi romanzi i principi che hanno guidato il suo attivismo politico e artistico: l’antimilitarismo, il progressismo e l’importanza dei diritti civili. Undici anni dopo la scomparsa di Dessì, avvenuta il 6 luglio del 1977, è stato instituito a Villacidro l’omonimo Premio Letterario, prestigioso riconoscimento nazionale per volumi di narrativa e poesia editi.



 

 

 
 
 
 

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