Pakistan graffiti

Pakistan Graffiti
Karachi, Pakistan. Ayesha Siddiqui, trentunenne responsabile vendite presso una casa farmaceutica, “unica donna di un gruppo di manager in larga parte composta da acidi uomini di mezza età”, in lacrime al volante della sua Alto, è tamponata da una Corolla e scagliata oltre il parabrezza. Inerme e sanguinante, Ayesha viene soccorsa ma non senza riluttanza: “È una donna! Non possiamo toccarla” strepitano concitati i presenti, i guardoni professionali, quelli per cui “il cosiddetto onore viene prima della sofferenza umana”. Ricoverata in ospedale, la diagnosi è di coma. Si sveglierà? Quando e in che condizioni? Nessuno può dirlo, c'è solo da attendere e pregare. Ma perché Ayesha poco prima, in auto, piangeva? Centra forse Saad, il collega con cui ha una relazione e al quale ha chiesto di sposarla senza ottenere risposta? O è causa di Ammi, sua madre, una donna rigida e astiosa, tanto affettuosa con il fratello Adil quanto scontrosa nei suoi confronti? Forse è per la rabbia covata nei confronti del padre che l'ha abbandonata da piccola? O forse c’entrano le difficoltà legate all'essere una giovane professionista inserita a fatica in un mondo in cui “il nostro sesso doveva diventare il nostro migliore amico o il nostro peggiore nemico. O si sbattevano le palpebre e si ridacchiava disperatamente a tutte le persone giuste o si annientavano tutti gli aspetti della propria femminilità e si veniva assorbiti dalla corrente maschile incarnandone le peggiori caratteristiche cioè la crudezza, il machismo e la crudeltà (…). Cagna in calore o maschio alfa. Così stavano le cose”? A cosa è dovuto quel pianto disperato che “se non avessi avuto la vista annebbiata e il naso rosso e gonfio, se non avessi tenuto le mani aggrappate al volante come gli artigli di un grinzoso predatore, magari l'incidente non sarebbe successo”?..
A un romanzo tendenzialmente cosa si chiede? Che sia avvincente, che abbia personaggi ben delineati che ‘sappiano di vero’, che narri qualcosa in cui ci si ritrova ma che induca anche alla scoperta. Non guasta poi che sia ben scritto, che dia puro piacere leggerlo. Pakistan graffiti queste richieste le soddisfa tutte appieno. Ayesha è un personaggio davvero amabile: acuta, ironica, a tratti scorbutica ma perché fragile, così brillante e così vittima della sua stessa intelligenza. Nel narrare di sé racconta di una realtà sociale, quella pachistana, certo diversa dalla nostra ma a ben vedere non poi così lontana. Le difficoltà come donna ad emergere professionalmente in certi contesti lavorativi, le attenzioni lascive non richieste ma subite sul posto di lavoro che avvelenano la vita, la disparità di percezione che fanno dire di un uomo dalle molte relazioni che è uno ‘che ci sa fare’, di una donna che è ‘una facile’, il rapporto stretto ai limite del morboso tra madri e figli maschi, lo stereotipo per cui se sei donna, hai superato i trenta e non sei sposata/in procinto di sposarti/fidanzata allora hai qualcosa che non va. Non vi suona tutto in fondo familiare? Pakistan graffiti è ambientato a Karachi, metropoli pachistana, è qui che vive Ayesha, eppure io, lettrice italiana, la sento a me vicinissima, certo più di quanto mi accada con i protagonisti di certi romanzi “generazionali” di autori nostrani, così autocentrati, cervellotici e noiosi. Shandana Minhas, apprezzata blogger e giornalista, ha una voce arguta e fresca per davvero, con i suoi taglienti articoli - leggiamo nel risvolto di copertina - “all'origine di vasti dibattiti sui processi di modernizzazione che interessano l'area mediorientale”. È un piacere leggere Pakistan graffiti anche per la forma. Abbiamo le prove: è possibile che una casa editrice emergente pubblichi un libro ben impaginato e rilegato, dalla veste grafica curata, privo di refusi e sciatteria. Un ottimo esempio anche per i big dell'editoria nostrana a volte fin troppo sicuri di loro stessi.

Leggi l'intervista a Shandana Minhas

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