Palafox

Palafox
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Algernon Buffoon siede a tavola per la colazione con la figlia Maureen e il futuro genero, Chancelade. I commensali siedono distanti, ma abbastanza vicini per potersi, in caso di disaccordo, cavare a vicenda gli occhi con una forchetta. Si parla di guerra incombente e di matrimoni, quand’ecco che spunta Palafox, appena uscito dal suo uovo, compie una sessantina di giravolte su se stesso prima di essere frenato da Algernon, che prontamente gli rovescia addosso il contenuto del suo bicchiere. Si decide di porre il piccolo animale, battezzato Palafox come Palafox duca di Saragozza, in una vecchia gabbia di vimini, o giunco. Ma è vivo o morto, Palafox? Con grande sorpresa di tutti, sembra passare “senza subire danni dalla vita alla morte, e viceversa”. Algernon prepara una scatola di cartone come bara. Ma contro ogni previsione Palafox sopravvive. Sarà presentato al mondo alla festa annuale di Algernon a La Gloriette. Certo bisognerà migliorare il suo comportamento aggressivo. Palafox morde e ha divorato un divano e un buffet Luigi XV. È sfuggente, minuscolo come una pulce, entra in una scatola di fiammiferi. Vengono consultati diversi zoologi per determinare cosa sia in effetti Palafox. I luminari Zeiger, Cambrelin, Pierpont, Baruglio esaminano le ali di Palafox, le antenne, le corna, il becco, la pinna destra. Ecco la tromba con cui aspira il nettare. Senza alcun dubbio, lo sospettavano, Palafox è una stella marina. È chiaro da come pigola, anzi miagola, forse muggisce, barrisce…

“Si scapsula un uovo, o cosa, come nominare la delicata operazione che consiste nel farne saltare il quarto superiore, preteso superiore, con l’ausilio di un cucchiaino da caffè? Si scavezza, scapotta, scalotta un uovo?”. Questo l’incipit dell’assurdo romanzo di Èric Chevillard, autore sperimentale tra i più interessanti della scena contemporanea francese, vincitore di diversi premi e autore del discusso blog “L’Autofictif”. Proprio da un uovo “scavezzato, scapottato, scalottato” nasce Palafox, come un qualsiasi pulcino. O meglio, sembra nascere dalla conversazione su un uovo. Perché la parola, in effetti, è la vera protagonista di Palafox, lo strumento linguistico è l’unico attraverso cui poter dare risposta al quesito che percorre l’intero romanzo: come/cosa è Palafox, essere cangiante dalle mille caratteristiche, enorme e minuscolo, docile e assassino, padrone dei cieli e provetto nuotatore. È un insetto, un serpente, un martin pescatore, addirittura un’antica divinità? L’essere creato da Chevillard è tutto, è potenzialità infinita, e dunque non è nulla. Nella postfazione al romanzo Gianmaria Finardi, autore dell’ottima e impegnativa traduzione del romanzo, definisce Palafox “romanzo sul tutto e sul niente”, parla dell’operazione messa in atto da Chevillard come di “quintessenza della scrittura”. Questa la lettura principale del pastiche di Chevillard, che, una contraddizione dopo l’altra, gioca con la teoria della lingua e della letteratura ed è in grado di mostrare in ogni momento la relazione, ingannevole, tra il mondo e le parole che servono a descriverlo e raccontarlo. Palafox è pura architettura linguistica ma è anche, in fin dei conti, storia esilarante e piena di azione. È semplice e spassoso seguire le assurde e non di rado aberranti malefatte di Palafox, il non-pulcino, mentre la sua identità e le sue avventure si costruiscono attraverso virtuosistiche parodie, chiasmi, climax, accumulazioni, contrapposizioni paradossali e grottesche, che danno vita ad un bestiario fantastico e lucidissimo. Stranissima, brillante prova di estrema fantasia linguistica, cesellata qui e là di metanarrazione, ricercati riferimenti mitologico-letterari – ovidiani Filemone e Bauci ad assistere all’intermezzo amoroso tra Palafox e Martina -, lunghe digressioni sul nulla, mascherati ma pungenti giudizi sulle assurdità del mondo e dell’umanità, ma assolutamente godibile, nella sua linearità, come un classico romanzo, divertito e scanzonato, grottesco ed assurdo, ironico e tragico – un consiglio: sfogliare sino all’ultima pagina.



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