Pandemia

Pandemia

A Roma, in concomitanza con il carnevale capitolino, mentre Piazza del Popolo è stipata di gente pronta ad assistere alla parata di maschere e allo storico corteo equestre, c’è stato un attentato terroristico che ha sparso centinaia di cadaveri tra le macerie delle chiese gemelle, il che fa chiedere ai media quale possa essere la risposta del governo, guidato da un giovane primo ministro nazionalista con i capelli rasati sulle tempie e più lunghi sulla sommità della testa, nel perfetto stile dei neofascisti dilaganti in Europa e che, come previsto, propone l’espulsione di massa dei musulmani. In un vasto auditorium di Ginevra una platea internazionale di medici assiste all’ultima seduta di un convegno sulle malattie infettive. In un campo profughi in Indonesia è stato infatti registrato un insolito cluster di mortalità tra gli adolescenti, dice il penultimo oratore, un olandese supponente che sostiene che nella prima settimana di marzo siano stati emessi quarantasette certificati di morte nel campo Kongoli numero due, nella provincia di Giava Occidentale. La sua relazione, però, non convince affatto Henry Parsons, che dalla platea gela tutti gli astanti. “Un’inarrestabile febbre emorragica uccide quarantasette persone in una settimana e poi sparisce senza lasciare traccia?”, chiede. E duecento teste si girano a localizzare l’origine di quella domanda, quel piccoletto dalla voce però stentorea, tuttavia magrolino e ingobbito da un rachitismo infantile che gli ha lasciato una lieve malformazione, un uomo pienamente consapevole del proprio valore a prescindere dalle apparenze, noto come “Herr Doktor” o “piccolo despota”, il gigante dell’epidemiologia, l’uomo che sa ridurre in lacrime gli specializzandi per non aver preparato a dovere un campione o per aver trascurato un sintomo che considera essenziale, la guida dell’équipe internazionale incaricata di affrontare l’epidemia di ebola in Africa occidentale, colui che ha saputo risalire al “paziente zero”, un bambino guineano di diciotto mesi, contagiato dai pipistrelli della frutta...

È un vocabolo che per un lunghissimo periodo della nostra storia abbiamo considerato come esclusivo appannaggio della dimensione della memoria, di un tempo in cui la febbre si curava con i decotti di corteccia di salice, un retaggio di un passato talmente remoto da non poter più continuare a interferire con le nostre vite: e invece nell’anno del Signore 2020, in pieno terzo millennio, nel mondo della tecnologia che con un clic ci fa stare dall’altra parte del pianeta, abbiamo dovuto fare i conti con le ansie, le paure, i problemi, gli scombussolamenti e le conseguenze inaspettate e imprevedibili di una pandemia, un morbo senza attuale cura che, a causa delle violenze perpetrate alla natura e non solo, si è sparso ovunque generando preoccupazione, timori, tremori, angosce, incertezze, perdite, sconfitte e ridimensionamenti della nostra idea di onnipotenza. Il premio Pulitzer per la saggistica – con il monumentale Le altissime torri, in Italia edito, con cura magistrale sin dalla copertina, tratta da una celebre serie tv, da Adelphi, venti capitoli in cui l’autore spiega come al-Qaeda sia giunta all’11 settembre – Lawrence Wright, giornalista investigativo di chiara fama che scrive perlopiù sulle rinomate colonne del “New Yorker”, drammaturgo, docente, sceneggiatore e molto altro, che scrive in maniera maestosa, preconizzando sorprendentemente – ma davvero non ci sono stati prodromi? – gli eventi degli ultimi terribili mesi pubblica un volume attualissimo, originale, travolgente, inquietante e destabilizzante come un thriller, ma al tempo stesso istruttivo come un testo universitario: all’assemblea mondiale di Ginevra sulla salute infatti i partecipanti sono messi a conoscenza del fatto che una nuova e strana influenza ha preso piede in un campo profughi a Giacarta facendo in poche ore quasi cinquanta morti. Henry Parsons, epidemiologo quotatissimo, parte per l’Indonesia: immagina di vederci più chiaro, ma non può credere ai suoi occhi, è letteralmente nel bel mezzo dell’apocalisse. Nel frattempo il suo autista del luogo, da buon musulmano (del resto l’Indonesia è il più grande paese islamico per antonomasia), si avvia per un pellegrinaggio alla volta della Mecca, in mezzo a tre milioni di pellegrini: quando dopo una corsa forsennata Parsons finalmente lo raggiunge si accorge che l’uomo ha già fatto da veicolo al virus, che vive solo se un organismo ospite lo trasmette suo malgrado. L’isolamento, nel suo caso, ormai sarebbe fuori tempo massimo, il morbo è ovunque. E bisogna cercare di fermarlo. Ma come?



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