Papà, fammi una promessa

Papà, fammi una promessa
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1972. Joe Biden è un uomo di successo. Ha trent’anni ed è già senatore democratico dello stato del Delaware quando la sua vita viene segnata da un tragico evento: sua moglie e sua figlia di poco più di un anno muoiono in un incidente stradale al quale sopravvivono i suoi altri due figli, Beau e Hunter. Saranno i ragazzi a dargli la forza di andare avanti dovendosi impegnare per loro senza abbandonare l’impegno politico, così come saranno loro a spingerlo a risposarsi, qualche anno dopo, con Jill. La costruzione di una nuova vita e di una nuova famiglia felice corre in parallelo con l’attività pubblica di Joe e di Beau, il figlio maggiore che, dopo aver prestato servizio nella Guardia Nazionale ed in Iraq come ufficiale, è eletto procuratore generale del Delaware ed ora corre per la carica di governatore dello Stato. Nel frattempo Joe è diventato vicepresidente degli Stati Uniti sotto Barack Obama e nulla potrebbe andare meglio finché a Beau non viene diagnosticato un tumore maligno al cervello… “Papà, fammi una promessa. Che non importa cosa succeda, tu starai bene”. Sarà di nuovo il figlio ad infondergli il coraggio di andare avanti tenendosi impegnato e non demordere. Tanto più che poco tempo prima lo aveva esortato, in quanto candidato migliore, a presentarsi alle elezioni per la carica di presidente degli Stati Uniti…

Considerando che Joe Biden è ufficialmente candidato alle presidenziali del 2020 tanto e niente ci sarebbe da dire. Per esempio che questo opuscolo elettorale di 250 pagine avrebbe potuto tranquillamente non varcare i confini degli Stati Uniti. Un opuscolo propagandistico che si riassume in Dio, Patria, Famiglia e Forze armate affogato in una salsa BBQ fatta di ingredienti sintetici e nella quale è caduta troppa melassa. Atroce come la lacca nei capelli, i denti sbiancati ed il cerone dei candidati a stelle e strisce. Un ritratto di famiglia con un forte senso del clan riunita attorno a valori trascendentali quali: la lista dei regali di Natale, il tacchino del Ringraziamento, il barbecue ed il lancio della palla da football. Il racconto della malattia di Beau si concretizza in bollettini clinici cadenzati che rappresentano un rapporto di uno a dieci rispetto alla narrazione apologetica dell’attività e dei programmi politici di Biden. Attività e successi che il buonista Joe rivendica con orgoglio soprattutto in politica estera (!!!) in maniera irritante. Esempio? Di quando ha fermato Putin e il rischio di una terza guerra mondiale. Di quanto si dolga che gli iracheni non abbiano capito i nobili sforzi che l’America ha profuso nei loro confronti per fargli adottare il sistema migliore al mondo (40.000 morti in casa per armi da fuoco ogni anno, metamfetamine al massimo mondiale, sanità per pochi) omettendo la profusione di bombe, i morti civili, i dossier falsi alla base del conflitto e, incidentalmente, il petrolio. Tra le omissioni di Biden il Buono, quella di aver appoggiato una legge per la vendita di armi per posta e su Internet. Irritanti le confessioni “intime”: intime come quando dice a milioni di lettori che piange di nascosto. O parla di come abbia sapientemente organizzato la coreografia dei funerali pubblici del figlio. Di quanto Ashley, la figlia, sia stata brava a non farsi scrivere il discorso funebre per il fratello dallo staff e di esserselo scritto da sola (addirittura!!!). Tanta roba buona ad incantare un obeso medio del Nebraska.



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