Parla, ricordo

Parla, ricordo
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1903. Vladimir scivola col cuore in gola lungo un cunicolo stretto e buio; sta vivendo la sua prima avventura e poco importa che avvenga in una lussuosa abitazione di San Pietroburgo,  dietro un divano “di cretonne bianco a trifogli neri”spostato di pochi centimetri dal muro al quale di solito è appoggiato. È  il suo primo ricordo, la pietra miliare della sua presa di coscienza del mondo. Un mondo dorato, all’inizio; nato in una famiglia nobile, di cui fornisce un’ampia panoramica genealogica, impara a parlare russo allo stesso modo in cui parla francese e inglese grazie a una nutrita schiera di governanti e istitutori che lo accompagna fino all’ingresso al prestigioso e borghese Istituto Tenisev, una volta preadolescente. L’arte, la letteratura, la scienza sono il suo pane quotidiano: a sette anni  non fa solo impazzire le balie con scherzi crudeli come tutti i bambini normali, ma trotterella  col suo retino sui sentieri della residenza estiva di famiglia alla ricerca spasmodica di farfalle rare e inizia a consultare quei libri di entomologia nei quali, un giorno, entrerà come scopritore di una nuova specie. Fa lunghe vacanze in giro per l’Europa; e oltre ad altre preziose farfalle, raccoglie semi di sentimenti: dall’infantile cotta per la piccola Colette sulle spiagge di Biarritz, al turbamento alla vista della contadina Polen’ ka, fino al grande amore per sua moglie Vera. Il contraltare di questi scenari è l’ombra della storia russa dei primi del ‘900 che avanza nella sua vita: Vladimir conosce presto il dolore che può derivare dal difendere idee politiche controcorrente: quando suo padre è costretto a sfidare a duello (poi non avvenuto) il direttore di un giornale che aveva pubblicato calunnie contro di lui a causa delle sue idee democratiche; e quando  lo vive sulla sua pelle, durante la rivoluzione del 1917, che costringe la sua famiglia a trasferirsi prima in Crimea e poi a disperdersi per l’Europa; fino al suo arrivo in America, sua amata patria d’adozione...

La breve cronologia della vita di Nabokov  - per quanto interessante possa essere stata -,  è solo un punto di partenza, una sintetica mappa che si può tracciare per descrivere un’opera così complessa e affascinante come Parla, ricordo.  Non un prodotto a uso e consumo di fan appassionati e ossessionati, per avidi  collezionisti di gossip letterario, o l’ennesima prova che gli scrittori siano vanesi e auto compiaciuti in maniera proporzionale alla propria grandeur artistica. Ma  un libro che nell’esortazione del titolo - l’autore, nella prefazione, racconta di averlo scelto accuratamente - contiene già la sua essenza: l’arte del narrare, in uno dei suoi picchi più elevati che sfrutta un’autobiografia come pretesto per mettersi a servizio di Mnemosyne,  la musa della Memoria.  I ricordi che con la propria voce, spontaneamente, raccontano e letteralmente esplodono in un caleidoscopio di sensazioni tattili, olfattive, visive universalmente riconoscibili. La sinestesia, caratteristica dell’autore, che viene letteralmente trasfusa in chi lo legge. “Allora di tutto questo non sapevo che farmene (mentre ora lo so benissimo)- come sbarazzarmene, come trasformarlo in qualcosa che può essere girato al lettore in caratteri a stampa, perché sia lui a vedersela  con il benedetto brivido d’emozione - e quella incapacità non faceva che aumentare il mio senso d’oppressione”: questo confessa, quasi di sfuggita, Nabokov riferendosi a una descrizione strepitosa di uno degli struggenti  sumerki  (tramonti) russi. Così come candidamente ammette di non essere più in possesso dell’originale di alcuni ricordi , che pure sente di aver vissuto, perché dati in prestito e poi trasfigurati e mutati, come le pupe delle sue amate farfalle, in personaggi o scenari dei suoi altri libri. Un regalo ai suoi lettori e al mondo della letteratura davanti a cui sedersi e, semplicemente, ascoltare.

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