Parola di scriba

Parola di scriba
Venti brani brevi ma di intensa e suggestiva prosa poetica, ritmati alla maniera di un peregrinare quotidiano che comporta necessariamente il soffermarsi sula spoglia dimora del’essere qui. “Siamo come un calzino. Non c’è più differenza ma fingiamo che esista. Nessuna polarità, nessuna scintilla. Tutti si dichiarano fuori, non colpevoli. La trama dell’universo è scaduta da metafisica a sociale. Il Sistema è il Bene, sognare Altro è il Male”. Una cupa e spietata visione in cui l’uomo è in preda alla maledizione di una libertà svuotata da un asservimento conformista e glaciale, tanto sul luogo di lavoro quanto nei rapporti sociali, e fatalmente disposta al male: “Non ci sono esami, ma ogni giorno è buono al crescere dei punti, L’occasione fa l’essere bestia, e lo stipendio ne sancisce l’elezione”. Là in quell’atmosfera amara e disincantata, sul crinale di quella linea d’ombra, dove non si riesce più a essere umani e puri, mette radici la solitudine pensosa e creativa di uno scriba che non intende lasciarsi risucchiare dal vortice: “Io sono di sentinella e sono senza compagni. So che la battaglia è perduta ma non mi arrendo. La Torre dove sto arroccato è la Torre dell’Anima: parola tanto nobile ieri quanto oggi è sconcia”… 
Pamphlet, riflessione personale sulla creatività, memoir intimo, manuale sul mestiere di vivere: chi lo sa, chi può dirlo? Questo breve diario di Emidio Montini, autore di numerosi testi in versi e prosa, probabilmente era nato proprio come una sorta di saggio sul mestiere dello scrittore in una società alienata dal ritmo coercitivo e ossessivo del lavoro e ammorbata dal virus dell’indifferenza sociale. Poi però, come accade a tutte le opere felici, deve essere stato investito da quella fantasia che arriva a scompaginare le vite ordinarie degli esseri umani e a renderle in fondo più varie e più autentiche. Così il testo è arditamente divenuto un oggetto difficilmente catalogabile. Eppure, proprio a cavallo dei vari generi, in quella difficile mistura, l’autore bresciano ha raggiunto un equilibrio disarmonico pressoché perfetto, inanellando pagine allo stesso tempo intense e provocatorie, intelligenti e godibili. Pagine dure ma poetiche, nelle quali al dolore e alla solitudine si contrappongono il potere della parola in una funzione quasi curativa e liberatoria. Nelle quali Emidio Montini ibrida la propria vena lirica con la lucentezza di una prosa sotto la quale si aprono baratri da capogiro, per lasciare emergere, nell’eclissi della grazia, la denuncia di un male di vivere che affiora come un pesante fardello che ci portiamo dentro. E quando il libro si chiude il lettore non può che provare un profondo dolore allo stomaco. 

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