Passaggio in ombra

Passaggio in ombra

Chiara D’Auria ha forse sessant’anni. Vive da sola nella casa che aveva diviso con sua zia Peppina Curatore, un’accumulatrice seriale incapace di governare il caos che ella stessa generava, una donna che ha vissuto circondata di oggetti, scatole e cassapanche traboccanti, di cui dimenticava il contenuto e a cui attingevano a piene mani le povere donne di cui si circondava perché “non sapeva fare niente” e i nugoli di ragazzini che sfamava. Chiara vive ora circondata dallo stesso ciarpame, anche se in una casa in città molto più piccola di quella sotto il castello in collina dove sua zia l’aveva ospitata tante volte da piccola per poi accoglierla definitivamente a dodici anni, quando sua madre Anita è morta. Chiara vive circondata dai ricordi, i suoi e quelli di altri, ha trascorso la vita senza mai lavorare un giorno, dapprima perché bambina adorata e destinata secondo tutti a un futuro luminoso da raggiungersi attraverso lo studio e un matrimonio principesco, poi perché ha ceduto alla inettitudine, all’irresolutezza e al destino di amori infelici che è un tratto distintivo della famiglia D’Auria. Suo padre Francesco, mito della sua infanzia che è comparso dal nulla quando lei aveva tre anni, inconsapevole che le poche notti trascorse a casa della “mammana” condotta abbiano lasciato una “conseguenza” così bella, innamorato della sua bambina ma incapace di dare compiutezza a qualsiasi progetto, sia esso familiare o di affari; Giuppina, la sorella di Francesco che non ha avuto mai la forza di opporsi a nulla e nessuno: violenza, destino, matrimonio, zia Peppina, suo padre. Tripoli, padre di Giuppina e Francesco, si è guadagnato il soprannome di ritorno dalla campagna di Libia ed è un uomo che ha vissuto un grande, breve amore e trascorso il resto della vita nell’incompiutezza dei rapporti. Tutti gli eventi salienti nella vita di Chiara sono avvenuti entro i suoi quindici anni e lei ha trascorso i successivi decenni nel ricordo, riassaporando i brevi momenti della sua vita in cui sembrava che tutto potesse accadere, che la sua femminilità sarebbe sbocciata e il suo sangue non sarebbe scorso invano ogni mese, che il suo amore per Saverio avrebbe avuto un esito in barba alle convenzioni, che la sua bellezza avrebbe avuto un fine, che lei sarebbe diventata una donna più simile a sua madre Anita, che col suo amore e la sua dedizione l’aveva preparata a diventare una donna capace di cogliere le sfide della vita, di saturarsi di conoscenza e di guardare al mondo e alla fallacità degli uomini scevra da pregiudizi, pronta a perdonare errori e cadute in primis a Francesco e poi al resto dell’umanità. Anita ha studiato, e giunta in paese durante la guerra da giovanissima ostetrica ha saputo vincere la diffidenza e crearsi una fitta rete di sostegno tessuta anche grazie all’abilità e all’effetto della guardia comunale, Sciarmano, e che si estende fino ai paesi limitrofi, fino a includere la famiglia del padre di sua figlia, con cui, pure, rifiuta di avere rapporti diretti…

Il personaggio di Chiara D’Auria creato da Mariateresa Di Lascia è uno dei più complessi e completi della Letteratura italiana. La donna che racconta il proprio Passaggio in ombra nella vita non ha mai vissuto compiutamente, e, ciononostante ha molte vite densissime di avvenimenti da raccontare. Quella eternata in questo capolavoro è una saga familiare delle più semplici perché coglie a volo d’uccello tre generazioni, ma, è al contempo ricchissima, una cornucopia di sfumature, pensieri, sentimenti. L’autrice ‒ prematuramente scomparsa poco dopo la pubblicazione di quello che sarebbe stato il romanzo vincitore del Premio Strega nel 1995 ‒ è stata ella stessa una donna che in soli quarant’anni ha vissuto molte vite: attivista politica, fondatrice della Lega Internazionale Nessuno tocchi Caino, deputata del Partito radicale, e, non da ultimo talentuosissima autrice. La Di Lascia ha uno stile asciutto ma ricchissimo di sfumature, ha la capacità che solo i grandissimi hanno avuto, di riuscire a rendere su carta la pregnanza e la drammaticità dei silenzi altrettanto bene che quella delle parole. Un testo, il suo che ha pieno titolo a risiedere sugli scaffali più alti e nobili della letteratura italiana, ma, è stato colpevolmente dimenticato sul fondo di un baule e trascurato.



 

 

 

 
 
 
 

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