Passaggio in Sicilia

Passaggio in Sicilia

Che Palermo sia scomparsa, rasa al suolo dal terremoto, lo si apprende con un certo sconcerto iniziale ma anche con una certa ilarità. E però se s’intuisce immediatamente la falsa notizia storico-geografica, fa riflettere proprio l’invito a riflettere sulla quasi assenza (o presenza assolutamente minoritaria) di Palermo dalla letteratura della grande stagione letteraria siciliana tra Ottocento e Novecento: da Verga a Bufalino più facilmente si rintracciano le coordinate di Catania, Ragusa, Siracusa e perfino di Mineo, Agrigento, Porto Empedocle, Comiso ecc. che non del capoluogo di regione. Dalla Palermo “scomparsa”, peraltro, inizia il periplo dell’isola condotto dal protagonista-autore e da un gruppetto di amici-studenti nel senso antiorario, ovvero scendendo verso Agrigento, Gela, Vittoria per poi risalire da Ragusa a Siracusa, Noto, Catania, Messina. La prima tappa, verso sud, è Mazara del Vallo “la finestra sempre aperta sul Mediterraneo: crocevia di razze, memoria di arabe Mille e una notte, sospetto e sogno d’Affrica”. Oltre Mazara, s’arriva a Racalmuto, paese di Sciascia prima, e di suo nipote Vito catalano, poi. E giù (o forse su) verso Enna, Licata e Gela dove le memorie private si mescolano al richiamo a scritture femminili contemporanee come quelle di Silvana Grasso. Oltre il petrolchimico s’intravvedono Vittoria, madre del Cerasuolo, e Comiso, patria di Gesualdo Bufalino. Ed è negli Iblei che la scrittura sembra soffermarsi, finanche perdersi, a volte, tra memorie private, pubbliche scritture e amicizie ritrovate. È questa la trama di rimandi, d’altra parte, che alimenta la scrittura. Così si viaggia verso Catania, passando per “Siracusa dolcissima”, e, ammirando le Eolie, s’approda, dopo Milazzo, a Messina ove la caponata cede il posto ai versi di Jolanda Insana e di Stefano D’Arrigo…

Il viaggio – topos ‘compositivo’ del libro, potremmo dire, e suo centro narrativamente ‘unificante’ – era già stato lo scatto narrativo del precedente Passaggio in Sardegna: ma, in questo caso, in Trinacria, il viaggio si fa metaforicamente più denso, concretamente più ricco di incontri e meditazioni ma anche di mediazioni tra realtà e letteratura, tra viaggio e immanenza, tra concretezze ruvide di zolle aride e ammicchi musicali anche tramite aeree musicalità di scrittura: e d’altra parte la Sicilia è tanto traboccante di letteratura da consentire anche un avvio evasivo, una iniziale disinibita avventura vissuta in limine a cassate, cannoli e caponate, mentre lo sguardo s’allunga tra mare e colline, tra marini tramonti e paesi burberamente arroccati su cime montuose da cui svettano barocchi ocra o bianchi, tra Noto e Modica. E però, appena fatte le dovute concessioni al turismo balneare o alla nuova imperante, perfino ossessiva nelle sue modalità compensative rispetto a fatti culturali più veri, “cultura gastronomica” locale, il libro si scopre nella sua più profonda e autentica ricchezza: saggio acutissimo sulla letteratura di Sicilia, passata e presente, da Pirandello e Verga, attraverso Borgese, Sciascia, fino a Bufalino, Alajmo, Di Grado, Nigro, Traina e tutta una schiera di scrittori e critici siciliani noti, all’autore, e meno noti al lettore. Infine, a rendere questo libro assai più convincente del primo sulla Sardegna, v’è la capacità straordinaria di una scrittura che, appena si perde lungo “trazzere” di campagna che sembrano portare nel nulla, recupera sempre il tragitto principale verso un affresco globale di una Sicilia, questa, sì, davvero, che tocca il cuore “come un’infanzia”.



 

 

 
 
 
 

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