Passi affrettati

Passi affrettati

Fuggono. Quelle che non possono, restano. Quelle col rimorso o con un’assurda fiammella di speranza, ritornano. Spesso, in una indefinita liturgia della violenza che celebra un presunto diritto di prelazione del maschio, molte di loro rimangono schiacciate sotto il peso di una cosa che sembra amore, ma amore non è. Arroventato come un proiettile che entra tra le costole; freddo e duro come un calcio nel ventre; indifferente e tragico come un pugno in pieno volto; illusorio come una promessa svenduta per pochi spiccioli ed un orsacchiotto di peluche buttato nel lerciume della strada in cambio di una minigonna troppo corta per una innocenza ancora troppo viva. Corpi svalutati al mercato delle vacche, usati il tempo di uno stupro, abusati il tempo del mercimonio. Anime frullate da una gelosia cieca e da un più cieco senso del possesso che sovrappone le persone alle cose; la moglie, la compagna ad un oggetto di cui disporre a proprio piacimento. Sono loro le provocatrici, audaci seminatrici di dubbi e sospetti in un’ottica schizofrenica di distribuzione delle colpe. Schiaffi e carezze non fanno differenza su una pelle martoriata, già sensibile alla paura. Lo sa bene Sarah che prima di essere spazzata via da una fucilata ha accudito come un bambolotto il suo bambino tanto desiderato. È scema, mi trascura per quel marmocchio - dice di lei il marito caricando l’arma nel meccanismo malato di una gelosia oscena velata da vittimismo. Lo sa bene anche Juliette che entra ed esce dal pronto soccorso sfondata da calci e cazzotti, ma che in uno slancio psicotropo di compassione difende chi le ha sferrato quei calci e quei cazzotti spezzandole i denti, incrinandole le costole, costellandola di ematomi. Lo sanno bene Lhakpa, Rahina e Carmelina che in Cina, in Africa, a Napoli, pagano con l’aborto forzato, la lapidazione e lo stigma di puttana colpe non loro, di chi gli ha frugato nel corpo senza il loro consenso. E lo sa Viollca, portata ancora bambina a battere sulla strada col tranello ignobile di una vita migliore…

Storie di donne, quante ne esistono. Scritte sulla mappa dei lividi e sulla geografia incerta del sangue versato. Per tante che denunciano, altrettante si ritraggono nel buio in attesa che la tormenta passi o fino a che non ci restano soffocate in mezzo. Non se ne parla mai abbastanza. In questo solco Dacia Maraini - che si è sempre mossa bene parlando di donne, costruendo personaggi forti e determinati con personalità definite ed incisive (Marianna Ucrìa, per citarne una) - tenta di tradurre sotto forma di pièce teatrale vicende di donne che hanno subito violenze da parte dei propri compagni e mariti, rielaborando alcune testimonianze raccolte da Amnesty International. Nell’intento di costruire qualcosa che arrivi dritto allo stomaco, però, si lascia molto andare ad una lirica posticcia più votata alla ricerca della pietà che al desiderio di comunicare, attraverso il mezzo narrativo e teatrale, lo squallore di vite spezzate dalla brutalità e dalla subcultura machista. La trasformazione della notizia di cronaca in racconto, o meglio, in sceneggiatura resta incompiuta; ne viene fuori un’opera scarna, priva di slancio ed originalità che ha la freddezza delle notizie cucite in fretta e furia ed il sapore di quelle cose messe insieme più per il desiderio di cavalcare l’onda del grande dibattito sulla violenza di genere che per aggiungergli realmente, seppure con una connotazione narrativa, poetica, teatrale contenuti costruttivi e di valore. La Maraini sembra essersi fermata in superficie, ignorando una seppure minima forma di analisi psicologica. in questo modo, le storie perdono la loro tridimensionalità - che andrebbe loro tributata per decreto- si appiattiscono su un identico schema violenza/morte o violenza/riscatto lasciando pochissimo spazio alla ricerca umana. Arrivare alla fine è un sollievo: ci si scotola via di dosso un po' di stucchevolezza e quel un po' di imbarazzo per aver assistito allo scivolone di una delle scrittrici di punta della letteratura italiana.



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