Patagonìa

Patagonìa
“Come stai amore mio? Sei stanco? Fermati un attimo vicino a me. Parliamo un poco di noi. Di quel che resta di noi. Di quel che resta anche senza di noi. Dopo di noi. Prima di noi. Parlami, ti prego.” Le prime righe di un prologo, che è piuttosto un prologo su come interpretare la storia e una traccia di direzione da seguire per entrare direttamente nella vita dei due protagonisti. Un disperato bisogno di comunicazione che vuole interrogarsi sull’incomunicabilità tra le persone, tra gli amori anche se quasi sfioriti. Quella stessa comunicazione che, ai tempi nostri, è diventata parte integrante della vita degli esseri umani. Rosa e Rosario, moglie e marito da venticinque anni, partono per la Patagonia…
Il viaggio è inteso come tutti i viaggi della narrativa: ritrovare e ritrovarsi per rigenerare qualcosa che sembra non sia nemmeno mai esistito. Quindi i due coniugi, stanchi e appesantiti dalla vita sono qui descritti con un linguaggio sperimentale e surreale, divertente, intelligente che non lascia spazio alla banalità. Rosa viene presentata come una moglie devota, silenziosa e triste, e catturata in una vita che mai avrebbe immaginato e che non le lascia scampo (“Piange il lei la donna che ama; piange il baratro che separa la sua grazia incantevole da quel letale letame col qualche aveva condiviso una vita di merda”). Rosario è il prototipo della nostra Italia: un marito mediocre, superficiale, a tratti volgare (“È quel vicino di casa con la smania per gli antifurti), che si lascia ossessionare dalla bassezza e dalla superficialità della vita. In altri casi sarebbe potuto essere definito uno stereotipo, ma non qui dove il suo atteggiamento è determinante per lo sviluppo della narrazione.  Il viaggio è la loro ultima speranza di redenzione, o meglio il viaggio appare e lo intendono come “una ricerca della speranza”. Una volta in Patagonia, inevitabilmente, tutto appare diverso da come lo si immaginava. Il loro cammino sarà una Via crucis che li condurrà verso l’unico finale possibile (che qui non sto a svelare, ma che non vedrà la coppia come protagonista) paradossale e incomprensibile. Un trionfo a metà chiuderà queste pagine scritte da Dario Falconi. Romano di nascita, Falconi è qui alla sua seconda prova letteraria, dopo Utopsia del 2008 seguito da Alì Babà e i quaranta ladroni, racconto visionario presente nella raccolta E morirono tutti felici e contenti. È un professore e drammaturgo che ama definirsi “apprendista scrittore”, in un periodo storico dove l’apprendistato sembra diventato quasi superfluo e dove tutti sono scrittori fatti e finiti, rinunciando alla modestia. Dario Falconi è comunque coraggioso se si pensa che, in tempi sempre più commerciali, continua a dare alle stampe opere che danno l’idea di non essere complete, che a lettura superficiale spingono a pensare di avere appena conosciuto una storia alla quale mancava qualcosa, dove “si sarebbe potuto fare di può” magari approfondendo i personaggi. Ma tutto questo non è importante se si pensa che non ha importanza tenere in primo piano una storia o i personaggi. Falconi tiene in primo piano la scrittura, senza nessun compromesso. Il risultato è una scrittura unica, poetica e spietata in mezzo a tantissime narrazioni che non aggiungono nulla di nuovo a quello che viviamo o che leggiamo.


 

 

 

 
 
 
 
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