A patti col diavolo

A patti col diavolo

Perfino lui che è il maggiore degli architetti della grande Colonia stenta a credere alle sue orecchie: l’arcivescovo Conrad de Hochsteden gli ha appena commissionato la costruzione della cattedrale cittadina. “Dev’essere il monumento religioso più alto e bello di tutto il mondo conosciuto”, ha detto. Il dubbio di aver capito male gli rimane; fino a che non viene fugato da quella grossa sacca d’oro che gli è stata appena recapitata. Ora è il momento di pensare all’idea: ma perché lui - il più bravo, importante, geniale dei costruttori - si trova d’improvviso privo d’ispirazione, e al contempo ammira i progetti estemporanei di quel vecchio barbuto, sconosciuto incontrato per strada, che sembra a un tempo blandirlo e schernirlo, con quei suoi schizzi estemporanei, così brillanti e unici? È giovane, bello, ricco: a guardarlo, la prima cosa che venga in mente - a parte, forse, l’invidia - è che non debba mancargli proprio niente. E invece l’amore non corrisposto della baronessa Lydie, lo affligge; a tal punto da risolversi a farla finita. Ma il suicidio - scopre poi, quando è troppo tardi - non è la soluzione. Ah! Se potesse avere soltanto un anno ancora di vita sulla terra, uno solo! Un momento: forse, a ben vedere, non è ancora troppo tardi...

Due racconti francesi, della metà dell’800: Il diavolo e l’architetto di Alexandre Dumas padre (1841) e La seconda vita di Charles Asselineau (1856); tanto lucido e si potrebbe dire “geometrico” il primo, quanto caotico e visionario il secondo. Entrambi focalizzati sul vecchio (ma sempre affascinante e inquietante a un tempo) tema del patto con il diavolo, declinato in due forme molto diverse: nel primo caso, la tentazione di un uomo che - debole come tutti gli uomini - finisce per cascare nelle maglie della diabolica seduzione e non può sperare in altro che nella misericordia divina; nel secondo, la storia di un uomo che - dopo aver vissuto ben due volte - scopre che la vera sofferenza non è nei desideri irrealizzati, ma nella vita che perde il proprio gusto, quando ne forziamo il corso fino a snaturarla. Più matura la costruzione “architettonica” di Dumas; più evoluta la riflessione morale di Asselineau (la cui suggestione peraltro - ancorché non accreditata - mostra sorprendenti assonanze con l’immaginario di film come Una pura formalità). Con una interessante introduzione di Ida Merello, che contestualizza le due opere a confronto con la letteratura francese e con la filosofia tedesca del Romanticismo.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER