Paul Celan - La dimensione romena

Paul Celan - La dimensione romena

Quando Paul Celan giunge a Bucarest nel 1946 il volto della capitale romena presenta ancora le evidenti ferite prodotte dai bombardamenti tedeschi e americani. Ma, nell’insieme, conserva immutato il pittoresco fascino di una città senza tempo, con lo spettacolo delle ragazze sempre in fiore e la connaturata gioia di vivere dei suoi abitanti. Profondamente segnato dalla deportazione e dalla morte dei propri genitori, il giovane e fragile Celan porta a Bucarest un sorriso amaro e un animo ripiegato tra i sui suoi tristi pensieri. Trova subito impiego presso la redazione della casa editrice Cartea Rusă in qualità di lettore e traduttore di opere letterarie russe poco note in Romania. Nell’ambiente di lavoro e nei numerosi cenacoli letterari che erano frequentati dai più noti scrittori del tempo, egli stringe un’intensa amicizia con Petre Solomon, a sua volta poeta, traduttore e saggista di origini ebraiche, da poco rientrato in patria da Israele. Legati da una comune affinità interiore oltre che letteraria, essi condividono nell’amicizia l’esperienza pura e impalpabile della poesia, che annulla i rispettivi tratti malinconici rendendoli testimoni di ciò che è reale e irreale insieme…

È nota l’affermazione di Theodor W. Adorno secondo la quale “scrivere versi dopo Auschwitz è barbarie”. Un giudizio estremo e inappellabile che Giovanni Rotiroti, il curatore di questo stimolante volume, problematizza nel suo raffinato e appassionante saggio introduttivo alla luce dei versi di Paul Celan, (1920 – 1970). Ovvero di colui che più di ogni altro ha poetato a partire da Auschwitz. E la inserisce convenientemente nel quadro di una ricostruzione storica che, ben al contrario, dà conto della ripresa di una fervida creatività letteraria e artistica in cui il poeta avverte a sua volta la necessità di riproporre la propria voce poetica attraverso la pubblicazione in lingua rumena di Todesfuge. Alla luce della ricostruzione dell’intenso sodalizio poetico di Celan e Solomon non si può fare a meno di ricavare l’impressione non solo della liceità, ma perfino della necessità della poesia dopo la Shoah, perché tacere sarebbe come strozzare una delle poche arti capaci di sollevarsi sulla perenne traccia di malvagità della storia. Per questo motivo il libro si rivela un memoir che non è solo un memoir e un saggio che non è propriamente tale, un testo di struttura e di qualità davvero singolari.



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