Pazzesco!

Pazzesco!

Dalla A di “Addicted” alla Z di “Zio”, passando per la M di “Maddeché” e la S di “Stai sereno”, le parole e le espressioni che testimoniano la piega esagerata che ha preso l’italiano del nuovo millennio sfilano tutte, alfabeticamente ordinate, sotto gli occhi del lettore. Ognuna accompagnata da una definizione-spiegazione che occupa dalle due alle tre pagine, dense di citazioni e considerazioni tra l’umoristico e il serioso. Una bella donna è “Tanta roba”, una battuta di spirito riuscita è frutto della mente di un “Genio”, un video esilarante diventa subito potenzialmente “Virale”, come una brutta malattia. E se il millennio precedente ci ha salutato esclamando “carino”, quello nuovo è nato e sta screscendo cinguettando “Carinissimo”. Un diminutivo superlativo, una contraddizione in termini che, come tale, non significa nulla. “Sapevatelo”. Il vero e proprio “dizionario ragionato dell’italiano esagerato”, che costituisce la parte più corposa del volume, è preceduto da lunga introduzione in cui l’autore rivela la mole di materiale eterogeneo da cui ha attinto per cercare di descrivere l’italiano che oggi parliamo e che soprattutto scriviamo. Le direttive dell’Accademia della Crusca, le battute evergreen de Il secondo tragico Fantozzi, le citazioni di Leopardi, di Rino Gaetano, di Orwell, i calembour di Renzi, le stoccate di Grillo, i leitmotiv di Bersani. Tutto è riportato, perché tutto contribuisce e ha contribuito a creare l’Italiano di oggi: un cocktail di digitaliano, sinistrese ambidestro, new inglesorum, antipolitichese dei cantautori, socialmente ipercorretto e porno-emotività

Di tanto in tanto è bene fermarsi, tacere, posare la penna (o quel che ne rimane) e mettersi a riflettere sulla lingua che parliamo. Luca Mastrantonio lo ha fatto, e il risultato è sorprendente, anzi pazzesco! Il termine “pazzesco” è oggi talmente abusato da arrivare a indicare tutto e il suo contrario. Per velocità e capillarità di diffusione e per pretesa densità concettuale, ha rimpiazzato l’ormai ingenuo “fantastico”, il lisergico “allucinante” e il simpsoniano “mitico”. Ma attenzione, avverte Mastrantonio, pazzesco è solo la punta dell’iceberg. Pazzesca, infatti, è la condizione stessa dell’italiano. Parafrasando Stefano Bartezzaghi, spesso citato nel volume, oggi non si ambisce più a parlare come un libro stampato, ma come un post twittato e la cosa preoccupante è che molto spesso non se ne è consapevoli. Il semplice e antico desiderio di piacere agli altri parrebbe quindi essersi trasformato nell’ambizione di stupire un pubblico a tutti i costi, con poche parole, nel più breve tempo possibile e su qualsiasi argomento. Il risultato è una lingua che pullula di esclamazioni che hanno finito per livellare i toni, di aggettivi pochi e gonfiati fino all’estremo del superlativo assoluto, che hanno fatto perdere il senso della misura, e di parole straniere che si fa finta di capire, generando un mare di ambiguità. È la solita storia, viviamo in un paese da sempre contraddittorio e in un momento eternamente di transizione, e la lingua, si sa, ha come unica colpa quella di nutrirsi di ciò che la circonda. E comunque, per quanto dall’analisi di Mastrantonio emerga un quadro tragicomico del nostro parlare, leggendo Pazzesco! più che da disperarsi viene da ridere: in fin dei conti, siamo tutti complici.



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