Pazzia

Pazzia
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Fine anni '80. Jian Wan, giovane studente di Poesia in una università di provincia in Cina, assiste in ospedale il suo professore, il signor Yang, colpito da un grave ictus. Jian Wan è sempre stato il suo pupillo, ed è anche fidanzato con la bella figlia del professore. Il signor Yang è quasi sempre in preda al delirio: rivive episodi anche scabrosi del suo passato, cita poesie non sempre ortodosse, canta canzoncine popolari e canti rivoluzionari: man mano davanti agli occhi di Jian Wan si forma un'immagine del suo microcosmo molto diversa da quella che aveva sempre creduto di conoscere. Anche le sue convinzioni politiche, professionali e sentimentali vacillano sotto i colpi della pazzia del signor Yang...

Non è facile comprendere fino in fondo la profondità della ferita che i tragici avvenimenti di Piazza Tienanmen hanno causato nell'immaginario collettivo della popolazione cinese. Ma quell'evento ha senz'altro segnato un punto di non-ritorno, una svolta ad u della quale proprio in questi mesi cominciamo davvero ad apprezzare i sintomi, con la progressiva ed inarrestabile democraticizzazione del regime cinese, processo ancora in fieri ed irto di difficoltà, ma inesorabilmente avviato anche dalla sotterranea indignazione e dalla netta cesura tra oligarchia politica e popolo che quella strage generò. Nella notte fra il 3 e 4 giugno 1989, a Pechino, l'esercito cinese attaccò con carri armati e mitragliatrici pesanti la folla radunata in Piazza Tienanmen, occupata da sette settimane da migliaia di studenti che chiedevano riforme democratiche: ci furono 320 morti secondo le fonti ufficiali (in un primo momento le autorità cinesi avevano negato l'esistenza di anche un solo morto), circa 1300 vittime secondo Amnesty International. Per non parlare della brutale repressione politica seguita nei mesi seguenti, con pene capitali, ergastoli, dure condanne a tutti i leader del movimento studentesco. Ha Jin abbandona i toni intimistici e sentimentali del suo splendido romanzo precedente, L'attesa, ed applica la sua prosa semplicissima e scintillante ad un tema decisamente più "politico": la dissidenza. E per farlo usa una delle figure archetipiche più efficaci della storia della letteratura: quella del matto, dell'uomo che dietro lo scudo dell'irragionevolezza riesce a dire ciò che gli altri possono solo pensare. L'incensurabile professor Yang demolisce pian piano tutto il piccolo grigio mondo del giovane studente Jian Wan, ingranaggio quasi inconsapevole di un sistema kafkiano militarizzato e disumanizzante: anche nella testa di Jian Wan c'è una piazza Tienanmen, un'esplosione di protesta, una presa di coscienza disperata e per la prima volta intrisa di speranza al tempo stesso. Il protagonista allora deciderà di buttare alle ortiche la sua vita preordinata e di convergere verso Pechino, verso l'altra piazza, quella reale, e sarà testimone del massacro. Anche se Ha Jin non ha vissuto direttamente quegli avvenimenti (in quel periodo era all'estero per lavoro, e proprio per il disgusto per quell'atto brutale decise con la moglie di non tornare in Cina) sono evidenti i richiami autobiografici del romanzo, che conferma ai massimi livelli una delle voci più interessanti del panorama letterario mondiale.

 

 
 
 
 
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