Peer Gynt

Peer Gynt
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Aase vaga in preda all’ansia nella masseria ereditata dal marito. La vedova è madre di Peer Gynt, ragazzo ribelle e inconcludente, troppo simile al padre che ha mandato la famiglia sul lastrico sprecando in feste e gozzoviglie tutto il loro denaro. Dopo una giornata trascorsa in balia di tante preoccupazioni, Aase vede ricomparire il figlio, che come al solito ha un mare di scuse inverosimili da propinarle per giustificare la lunga assenza, i vestiti strappati e i lividi, ma la donna è stanca di bugie e di sotterfugi, vorrebbe un po’ di tranquillità e che suo figlio, la sola ragione di vita che le resta, mettesse la testa a posto, trovasse modo di mantenersi dignitosamente e sposasse una ragazza per bene. Ma quale famiglia affiderebbe la figlia a un poco di buono come Peer? Tutti nei dintorni lo conoscono, sanno che è un bugiardo, uno scansafatiche dedito al bere e alle risse, un seduttore senza arte né parte. Nessun genitore responsabile darebbe in moglie la figlia a uno così. Anzi, in molti preferirebbero linciarlo per toglierlo dalla circolazione e sembra che a lui non importi, non teme minacce e non lo inteneriscono le lacrime della madre. Quando Aase cerca di parlargli e gli butta addosso rabbia e lacrime, Peer la solleva, l’abbraccia forte e deride le sue parole piene di paura e sconforto. Nessuno potrà costringerlo a piegarsi, nessuno gli impedirà di essere libero e fare ciò che vuole, lui desidera divertirsi e godere della forza e della giovinezza che lo animano…

Questo poema drammatico in cinque atti, composto nel 1867 durante un viaggio in Italia, non aveva come scopo ultimo la rappresentazione scenica e risulta evidente dalla struttura del testo: mutamenti rapidi delle scene, situazioni rocambolesche che poco si prestano alla resa davanti a un pubblico, in particolare quello ottocentesco, ambientazioni esterne difficilmente riproducibili. L’opera indulge al fantastico attingendo a leggende e tradizioni norvegesi, con troll, streghe e incantesimi che nulla hanno a che vedere col teatro sociale di Henrik Ibsen e il realismo che permea la sua produzione letteraria, specialmente negli anni della maturità, quando i suoi temi si fanno impegnati, volti a scuotere le coscienze. Peer Gynt antieroe scapestrato, ribelle e insofferente alle responsabilità, erede dei pochi averi e della pessima indole di un padre dissipatore. Un giovane che vuole essere libero di divertirsi e sbagliare, che attraverso il viaggio e la sofferenza arrecata a chi lo ama scoprirà l’uomo che si appresta a diventare. Un’avventura con colpi di scena e momenti di ilarità che segue la crescita del personaggio principale. Una storia d’amore, quello materno di Aase che è pronta a perdonare ogni errore del figlio e quello ingenuo e devoto di Solvejg, disposta ad attendere per anni il ritorno del suo Peer, rinato emotivamente e pronto a seguire la propria strada. Una favola dolce e amara che attraverso la volontà di dilettare il pubblico dei lettori suggerisce spunti di riflessione forse non originali, eppure sempre attuali per la società. Peer incarna i mutamenti della sfera dei valori dell’uomo occidentale, gli schemi ottocenteschi sono in declino e altre prospettive sono alla base della realizzazione di sé stessi.



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