Pegaso

Pegaso

Baviera, anni Trenta. Alex von Hemmerle e Nicolas con Bingen, eredi di due nobili dinastie, sono uniti da una profonda amicizia, che li ha sostenuti anche nella perdita delle rispettive mogli, anni prima. Nonostante i lutti, le loro vite scorrono serene. Attenzioni da parte della figlia Marianne e addestramento di cavalli pregiati per il primo. Feste, cavalcate nei boschi e auto di lusso per il secondo. In questo mondo ovattato irrompe brutalmente la Storia. Da una confessione dell’anziano genitore Nick scopre che la madre, mai conosciuta, era per metà ebrea. Tanto basta per rendere ebrei lui e i suoi figli, Tobias e Lucas. L’unico modo per sopravvivere alle appena promulgate leggi di Norimberga è lasciare subito la Germania, magari alla volta dell’America. Come riuscirci, però, abituato a vivere negli agi, non avendo mai lavorato, con due figli da crescere e senza contatti negli USA? L’idea viene ad Alex, che, sebbene affranto al pensiero della partenza dell’amico, non perde la lucidità: gli donerà otto dei suoi purosangue e gli insegnerà ad esibirsi con loro, così da potersi far assumere da qualche circo americano. In pochi giorni tutto cambia: un circo della Florida accetta Nick e figli nel proprio organico e i tre, cavalli al seguito, sbarcano in America, dove iniziano una nuova vita tra funamboli, clown e trapezisti. Anche i loro nomi cambiano: per il pubblico Nick sarà “il conte Nick Bing” e lo stallone lipizzano Pluto Petra diventerà “Pegaso”, come il cavallo volante dei miti greci…

Che Danielle Steel sia una maestra del genere romanzo sentimentale è fuori discussione. Le sue doti di affabulatrice e tessitrice di trame delicate che, non a caso, l’hanno resa una delle autrici più popolari del mondo ‒ un centinaio di libri e 650 milioni di copie vendute in 69 Paesi ‒ si palesano già all’inizio della lettura di Pegaso. Senza accorgersene, si è già a metà del libro. Un libro che si beve come un bicchiere d’acqua. Leggermente frizzante: l’effervescenza tende a svanire man mano che aumenta la presenza di ciò “che move il sole e l’altre stelle”. Paradossalmente, infatti, la narrazione risulta più riuscita nei passaggi in cui la dimensione fatata e immobile di una nobiltà eternamente in vacanza è costretta a scontrarsi con la realtà del mondo (i dialoghi di Alex con il colonnello della Wermacht che ha occupato il castello di Nick, le digressioni sull’addestramento dei lipizzani, la partenza di Marianne per l’Inghilterra). Molto meno, quando stanno per sbocciare, sbocciano e trovano coronamento le storie l’amore. Lì, la prevedibilità, che in piccole dosi è una delle caratteristiche vincenti di questo genere di romanzo, è forse distribuita con una generosità eccessiva. Pur con la presenza di questi momenti di scarsa originalità, la lettura risulta gradevole. Peccato per la parte finale, in cui il tempo scorre e le generazioni si succedono tanto velocemente da dare l’impressione di una corsa affannata verso la quadratura del cerchio della storia.



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