Pelle di corteccia

Pelle di corteccia
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È il 1693 quando Renè Sel, partito dalla Francia in cerca di fortuna, approda a Wobik, piccolo villaggio di coloni lungo le coste della Nuova Francia. Lavorerà per tre anni alle dipendenze di Monsieur Trépagny, pingue commerciante di legname che aspira all’ascesa sociale. Insieme a René viene assoldato Charles Duquet: entrambi dovranno lavorare come boscaioli per riscattarsi e al termine del contratto potranno scegliere una zona della foresta che sarà di loro proprietà. L’impatto con gli alberi alti, fitti, a perdita d’occhio è sconvolgente. Si ha la percezione che le foreste siano infinite, una ricchezza inesauribile e la smania del disboscamento alimenta l’affluire di coloni e l’abbattimento compulsivo delle piante per dare spazio a coltivazioni di mais e patate. Tutto è lecito per domare la natura, inclusi gli incendi. René si adatta presto al lavoro e dà prova di forza e volontà. Charles, tormentato dai dolori che i denti marci gli infliggono, è inappetente e debole. Incapace di soddisfare le aspettative di Trépagny si dà presto alla fuga, non vuole spaccarsi la schiena a tagliare alberi, ma dedicarsi al ben più vantaggioso commercio di pellicce. La vita al campo prosegue e René fa i conti con l’inverno più intenso della sua vita. Persino chiuso al sicuro nella baracca sente il crepitio degli alberi e delle pietre spaccati dal gelo. Monsieur Trépagny non si preoccupa del tempo che passa e della scadenza del contratto, il suo interesse è legato allo sfruttamento della foresta e a farsi scaldare il letto dalla nativa Mi’kma’k Mari, che cucina per lui e René e tiene in ordine la casa, è un’esperta guaritrice e conosce il potere taumaturgico delle piante. Quando si presenta la possibilità di sposare una ricca parigina, Trépagny deve sbarazzarsi dell’amante indiana. Che farne della selvaggia Mari, né giovane né bella? Costringere René a sposarla apre infinite prospettive…

Un romanzo immenso, sia in termini di pagine che di fatti narrati: dal 1693 al 2013 circa. Oltre tre secoli di eventi che coinvolgono Francia e Inghilterra nella colonizzazione del Canada e degli Stati Uniti. Nello sterminio e nella lenta assimilazione dei nativi (Algonchini, Huroni e Passamaquoddy erano numerosi in quelle aree), nell’evangelizzazione forzata e l’oblio di antiche tradizioni. I coloni approdano come locuste sulla costa e metodicamente, come fosse una missione, abbattono le foreste. Gli infiniti alberi che alimentano il commercio di legname, ma che infiniti non sono e solo troppo tardi se ne ha consapevolezza. Attraverso la storia dei discendenti di René Sel, meticci dalla doppia natura, dalla vita durissima, in bilico tra due mondi, e attraverso i discendenti di Charles Duquet, imprenditori senza scrupoli, ricchissimi e mai soddisfatti, Annie Proulx racconta la conquista di un territorio e la sua distruzione. Un lavoro di documentazione certosino, approfondito dai viaggi nei siti descritti nel romanzo e dagli scambi con parecchi studiosi. La ricostruzione delle tradizioni Mi’kma’K, l’elenco delle specie arboree presenti nel continente, le caratteristiche e il loro utilizzo, le condizioni di vita dei boscaioli chiamati “pelle di corteccia”, consumati dai pidocchi e dall’alcolismo, gli scambi commerciali con Cina e Nuova Zelanda, quest’ultima destinata al saccheggio e alla sottomissione dei Maori. Una storia e tante storie, intrecciate abilmente le une alle altre. La Proulx, pluripremiata autrice di origini canadesi che nel 2018 ha ottenuto anche il “Library of Congress Prize for American Fiction”, porta a compimento la stesura del suo romanzo più intenso e articolato. Un omaggio al suo Paese e un monito all’uomo, che con arroganza prende le risorse naturali dando per scontato che siano infinite, senza concedere nulla in cambio. Un errore che ancora oggi fatica a correggere.



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