Pensare con le mani

“La vera misura risiede nella coscienza permanente di una finalità comune a tutte le nostre opere” afferma Denis de Rougemont. Il problema è che essa nella società è assente, con l’inevitabile conseguenza della decadenza della cultura. Il razionalismo borghese, che aveva costruito su una rivoluzione politica ed economica un nuovo ordine, ha fallito la sua missione nel momento in cui non ha più concepito la ragione scientifica come strumento di lotta e di cambiamento, ma come mezzo di organizzazione – soprattutto statalistica – e di controllo dell’esistente. Anche il tentativo di restaurare una “misura comune” da parte dello stalinismo e del nazismo è risultato vano. I sistemi totalitari, infatti, disattendono l’unità di pensiero e azione su cui si basa la “misura comune”, in quanto fanno prevalere il secondo elemento sul primo. In questo modo la loro proposta ideologica è parziale e la cultura è ridotta a schematismo e propaganda, ad un contenitore vuoto che non parla alla gente. Vista la crisi del liberalismo e l’improponibilità del totalitarismo, deve essere ripensata l’idea d’Europa attraverso la costruzione di un nuovo tipo di comunità che guardi all’essenza della persona…
Che cos’è la cultura, si chiede Denis de Rougemont di fronte alla perdita di identità che essa sta vivendo. La risposta è Pensare con le mani, pubblicato nel 1936, in cui il filosofo di origine svizzera analizza le cause della decadenza della cultura occidentale, le sue ancor intatte potenzialità e la possibile soluzione per uscire da tale impasse. Le difficoltà della civiltà europea hanno un preciso responsabile: la borghesia, la quale ha “proletarizzato il pensiero”, ossia lo ha reso meccanico, privandolo dell’immaginazione e del suo spirito. Gli intellettuali si sono ridotti ad essere degli analisti, degli accademici, dei depositari di una cultura ripetitiva e sterile dominata dagli “ismi”, affidando ai giornali il compito di educare le masse. Hanno in sostanza dimenticato il senso della “rivoluzione”: lottare per modificare il presente, ricostruendolo su basi nuove. Costoro, i “chierici”, finiscono per produrre un “pensiero servo”, sottomesso ai poteri imposti dalle classi dirigenti (da quello economico a quello della sicurezza sociale). Rougemont pone contro l’”individualismo atomizzato” del liberalismo e il collettivismo totalitario una concezione finalistica volta al recupero completo della persona, mortificata da questi due sistemi politici. Perché l’individuo si realizzi come persona è necessario, come indica il titolo, “pensare con le mani”, coniugare il pensare con l’agire, ovvero trasformare il pensiero in atto. Solo se si rimette l’uomo al centro della società si può edificare una comunità caratterizzata da una cultura umanistica dell’”essere per l’altro”, che sia in grado di assegnare ad ogni individuo le proprie responsabilità. Rougemont è molto critico nei confronti del razionalismo, che a suo dire avrebbe smarrito la funzione della ragione, non crede nel totalitarismo, di cui profetizza una precoce scomparsa, soprattutto denuncia l’involgarimento della cultura. Al contrario, sostiene una rinnovata visione etica del mondo che, sulla scorta della lezione di Kierkegaard e del movimento personalista, sappia valorizzare autenticamente e cristianamente la persona. Va dato merito a Rougemont di aver cercato di tradurre il suo progetto nella pratica quotidiana, nel lavoro che ha svolto nell’Unione Europea. Va altresì ricordato che la sua voce non è sempre stata ascoltata, forse, come indica Damiano Bondi nella prefazione, perché poco convincente o perché il ceto intellettuale ha preferito seguirne altre. Certo è che Pensare con le mani oggi, dove dominano il potere finanziario e un’imponente cultura della spersonalizzazione, è un testo più che mai attuale.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER