Pensieri selvaggi a Buenos Aires

Pensieri selvaggi a Buenos Aires
Assonanze di luoghi e tempi, visioni e libere associazioni concorrono a far sì che due libri si incontrino e conversino tra loro anche a distanza di oltre cinquant’anni rispetto alle epoche in cui sono stati scritti. Da qui, nella distanza frantumata del tempo, si dipana un labirinto di memorie, di confronto che introducono il lettore in una fitta selva di rimandi culturali e di riti mondani, di testimonianze di viaggio e di costumi sociali. Accade così che l’immagine sgranata degli abitanti delle popolazioni autoctone dell’Amazzonia descritta nel racconto di un illustre antropologo a cui faceva da contraltare quella sgargiante e ostentatamente kitsch delle ricche metropoli sudamericane del dopoguerra, molti anni più tardi cedano il posto alle mute vestigia di un fasto avvizzito dal degrado economico e sociale. Dall’Argentina al Perù, dal Brasile all’Uruguay, un passaggio del testimone ci consegna sfondo e orizzonte contemporanei di un altro sguardo altrettanto vivido e inesausto, capace di posarsi, nel triste ferragosto australe,  tanto sulle composte tristezze urbane di Buenos Aires, quanto sugli scheletri luridi dei fatiscente del quartiere Palermo di Borges; tanto sul relitto franante del leggendario Cinema Iris di Rio del Janeiro, quanto sull’atavica malinconia dei localini più equivoci, senza cedere mai alla tentazione del severo giudizio di un intellettuale… 
Poco più di cento pagine, questo Pensieri selvaggi a Buenos Aires, ma alla fine della lettura restano immagini, storie e luoghi, come accade ogniqualvolta si chiude il denso resoconto di viaggio di un raffinato evocatore. In occasione del centenario della nascita di Claude Lévi-Strauss, Alberto Arbasino nel 2008 decide di compiere una ricognizione in alcuni paesi del Sud America, tra cui quel Brasile nel quale il grande antropologo e filosofo francese aveva a lungo soggiornato e studiato nel corso degli anni Trenta le popolazioni indigene dell’Amazzonia. E se l’esperienza di allora aveva ispirato a Lévi-Strauss nel 1955 il celeberrimo testo Tristes Tropiques, quella di oggi stimola ad Alberto Arbasino il concepimento di questo suo nuovo libro, in cui intersecando impressioni e richiami, citazioni e dotti pensieri, senza tuttavia mai esondare in soporifere e tediose dissertazioni, riesce a tenere alta l’attenzione del lettore sul materiale trattato. Non solo con la consueta malia della sua narrazione sapiente, ma anche con la magistrale abilità con cui lo analizza e lo scompone, trovando nuove corrispondenze e nuove forme con cui ridefinirlo per portarci su una strada di pensiero che scorre anche al di fuori di ciò che è evocato. Leggere per credere.

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