Pensieri verticali

Che cosa vuol dire comporre musica contemporanea? Meglio essere incasellati in qualche scuola post-accademica o rischiare di fare la fame e godersi però la libertà intellettuale e artistica che dovrebbe alimentare la qualità delle opere? Un musicista poi, è veramente solo un musicista o si dovrebbe confrontare anche con tutte le altre ‘arti’ che gli girano attorno: cinema, pittura, scultura, etc.? E poi che significa essere contemporanei? Come si dovrebbe tener conto della storia? Meglio rottamarla o farla propria e rielaborarla? In tutto ciò l’America ha ancora qualcosa di innovativo da proporre?
Domande che trovano risposta in questa raccolta di saggi e scritti del compositore newyorchese Morton Feldman. Il titolo originale - forse più incisivo della scelta operata in italiano - è Give My Regards to Eight Street, tradotto comunque all’interno come: Un caro saluto all’Ottava Strada. Tono colloquiale ed innamorato del luogo (New York) in cui il compositore ha conosciuto i suoi più cari amici e mentori artistici. Il suo nome è forse sconosciuto ai più, che magari fra i post-Weberniani hanno sicuramente sentito parlare di Stockhausen, Berio e Boulez, ma il suo apporto a scardinare la tonalità attraverso un’inedita poetica musicale è unico e geniale. Amico di Cage (altro nume tutelare della musica cosiddetta ‘contemporanea’) e di molti pittori della scuola americana del secondo Novecento, Feldman è conosciuto e rimarrà nella storia della musica per i suoi pezzi lunghissimi e pieni di silenzi: ad esempio il secondo quartetto per archi dura più di cinque ore. Questa composizione è diventata il simbolo di un trattamento del tempo nuovo, di un’apertura ad orizzonti prima inesplorati. È emblematico il fatto che proprio Feldman, insieme a Cage, Stockhausen, Glass e Reich, sia uno dei pochi compositori ‘colti’ apprezzati e frequentati da molti musicisti e gruppi rock. Il suo modo di approcciarsi alla materia musicale si interseca con le vicende artistiche e con le opere di Pollock, Guston, Rauschenberg, Rothko e molti altri. La poetica musicale di ‘Morty’ è simile alla tessitura di una tela per tappeti persiani: la musica non insiste sulla melodia o sul contrappunto, bensì si concentra sulla texture, sulla superficie. Ascoltare un suo pezzo è immergersi in un suono che avvolge, sconvolge e provoca l’ascoltatore: quasi quanto una seduta psicoanalitica riesce a segnalare i nostri ricordi o sentimenti più nascosti, così Feldman riesce a costruire un suono nuovo, che rimescola la storia della musica e ne estrapola l’essenza del timbro, avvicinandosi a una vibrazione fuori dal tempo. A leggere questi scritti, brevi recensioni, commenti, riflessioni o appunti di lezioni e conferenze, ci si sente piccolissimi. Perché il modo di scrivere di arte e di vita, e l’ottima capacità di raccontare storie e aneddoti di Feldman è pressoché perfetto. Le connessioni con gli amici pittori, con il poeta e scrittore Frank O’Hara, le frecciate cattivissime contro la scuola di Darmstadt sono sublimi. Pensieri verticali è il testamento di una persona che sembra comune, vicina al lettore, che riesce ad andare oltre la musica, la pittura o l’analisi musicale. Andrebbe reso obbligatorio per qualsiasi corso di studi in cui compare la parola arte. Un capolavoro che vale la pena di scoprire e rileggere di tanto in tanto. Non solo per musicisti.

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