Perché parlavo da solo

Perché parlavo da solo

Paolo Bonolis è nato il 14 giugno 1961, figlio unico, da genitori appassionati di viaggi che lavoravano sodo e vivevano con decoro e modestia tutto l’anno per riuscire a mettere da parte i soldi necessari per poter ogni anno permettersi il lusso di visitare Paesi lontani. Una infanzia senza “abbondanza”, ma genuina, ricca di buonsenso e risate. Ricorda che a Natale riceveva solo tre regali, preziosi perché unici, su cui concentrava tutta l’attenzione. Ansie e aspettative non gravavano sulle sue spalle di bambino. Dal babbo ha ripreso il “cinismo buono” e dalla mamma l’abitudine a dire le cose in modo diretto e libero. Considera aver avuto loro come genitori la fortuna più grande. Paolo, che ha avuto il primo figlio, Stefano, a ventitré anni, è diventato un vero padre solo molto più tardi. All’arrivo del suo primogenito non era ancora pronto a rinunciare alle sue esigenze per quelle del figlio, si è lasciato travolgere dal successo, ma la sua assenza, in un certo senso giustificata dalla grande lontananza fisica, adesso gli pesa. Paolo ha cinque figli: due giovani adulti, Stefano e Martina, che sono andati a vivere negli Stati Uniti con la madre quando Stefano aveva solo quattro anni, e tre adolescenti, Silvia, Davide e Adele avuti con Sonia Bruganelli. Paolo Bonolis è follemente innamorato e orgoglioso di tutti quanti…

Perché parlavo da solo non è una vera e propria autobiografia, è un flusso di pensieri – alcuni scritti nel corso degli anni altri messi su carta proprio per questa occasione – con il quale Paolo Bonolis, volto assai conosciuto della televisione italiana, ha voluto raccontarsi per lasciare in eredità queste pagine ai suoi figli. Poter parlare da solo, senza interruzioni, facendosi delle domande e dandosi delle risposte, poter raccontare il suo punto di vista su tanti temi di attualità che gli sono cari, poter rendere omaggio a persone che ama e ha amato. Forse è stato anche un modo per recuperare il tempo perduto con i figli “americani”, per metterli insieme a quelli italiani, come un’unica grande famiglia, riuniti nello stesso libro ad ascoltare la voce del babbo che definisce il mondo e riporta episodi della sua vita privata e professionale. Il libro tuttavia non è un esclusivo testamento spirituale per i figli, anzi, dal momento che i proventi sono destinati al Ce.R.S. per il progetto “Adotta un angelo”, è rivolto anche ai suoi telespettatori che ritrovano nelle pagine il conduttore che amano. Bonolis interrompe la narrazione intima con aneddoti riportati nel suo stile romanesco irriverente, affronta i grandi problemi della vita, (dall’amore al razzismo, dal riscaldamento globale alla religione), con la sua rinomata leggerezza e ironia. Raccomanda di accettare quello che accade, nel bene e nel male, ma soprattutto di fare caso alla felicità. Uno scritto tutto sommato un po’ malinconico, il memoriale in bianco e nero di un uomo che si guarda indietro e vuole mettere in ordine per trovare un filo conduttore coerente agli anni passati, che talvolta si scopre e si mette a nudo, che ogni tanto risveglia l’ilarità del lettore a spese sue o di qualche mite compagno di merende, ma soprattutto che parla a ruota libera.



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