Percival Everett di Virgil Russell

Un uomo va a trovare suo padre, ricoverato in una residenza per anziani, semiparalizzato ma perfettamente cosciente. Il figlio - oltre a provare ovvio dispiacere e preoccupazione per la salute del genitore – è tormentato dai sensi di colpa perché uscito dall’ospizio vive la sua vita normale, è incredibilmente capace di passare giornate intere senza nemmeno pensare all’orrore di quell’uomo colto e sensibile imprigionato nella malattia e nella solitudine. Il padre brucia di noia e di impotenza, non fa che arrovellarsi sulla tragica ironia della condizione umana. I due parlano della loro famiglia, della morte. Ma si tratta davvero delle loro conversazioni o piuttosto delle conversazioni come le immagina il padre, uno spirito inquieto chiuso in un corpo quasi immobile? Oppure a immaginare tutto è il figlio? Da questa sorgente incerta intanto sgorgano altre storie, altre riflessioni…
Che questo Percival Everett di Virgil Russell sia un libro non comune lo si capisce sin dall’insolito titolo, che non potrà non suscitare perplesse alzate di sopracciglia nei frequentatori delle librerie. Tranquilli: è solo l’inizio. A una serie di sottotrame che l’autore segue in parallelo (il rapporto sentimentale tra il burbero proprietario di un ranch e una veterinaria che si sviluppa in seguito al misterioso ferimento di un cavallo, i dubbi di un celebre pittore nei confronti di una giovane che afferma di essere sua figlia, le riflessioni e i tormenti di uno scrittore nero negli anni ’60 sono le principali, ma non le uniche) si alternano  sperimentalismi vari (un capitolo costituito solo da verbi all’infinito, versi, digressioni filosofiche, metaletteratura e così via). Ma questo non è poi così sorprendente, per i fan di Everett. L’azzardo finora mai tentato sta invece nel tentativo ambizioso di mettere su carta il flusso turbinoso di pensieri, ricordi, sogni, dialoghi veri o immaginari che attraversa il cervello di ogni uomo ogni giorno, nell’escheriano gioco di specchi dei narratori, nel liquido e costante cambiamento di punto di vista: quasi mai è specificato quale personaggio riguardino le parti in soggettiva, sta al lettore immaginarlo più che comprenderlo. A circa metà del libro, Everett stesso scrive: “(…) peccherei di sciatteria se non facessi un po’ di chiarezza sull’assenza di chiarezza della questione che sta assillando un po’ tutti: chi cazzo è che sta raccontando questa storia? (…) È il vecchio o il figlio del vecchio?”. La risposta che segue, ovviamente, è tutt’altro che chiarificatrice. Anzi, è una sfida lanciata al lettore: come del resto è una sfida tutto questo libro complesso ed emozionante, che ci chiede di andare oltre la forma-romanzo smontandola pezzo dopo pezzo per metterne a nudo gli ingranaggi, decontestualizzarla, forse esorcizzarla.

Leggi l'intervista a Percival Everett

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