Perfidia

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6 dicembre 1941, Los Angeles. Il Whalen’s Drugstore, tra la Sesta e Spring Street, ha subito quattro rapine a mano armata in un mese. A giudicare dalle testimonianze, è sempre lo stesso rapinatore a fare i colpi. La Squadra Rapine è sotto organico, non riesce a controllare la città e questo furbo figlio di puttana se ne approfitta alla grande. Così si è deciso di sperimentare proprio qui un ingegnoso marchingegno messo a punto dall’agente della Scientifica Hideo Ashida, un nisei, un immigrato giapponese di seconda generazione, uno degli elementi più brillanti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Si tratta di un cavo steso a terra che quando viene schiacciato (ad esempio dalla automobile del rapinatore, che si ferma sempre più o meno nello stesso punto del marciapiede) attiva una macchina fotografica che scatta una bella istantanea (ad esempio della targa della automobile di cui sopra). Proprio mentre Ashida e il suo mentore Ray Pinker stanno testando il cavo, ecco un’altra rapina. Alle 9.27 il rapinatore solitario fugge, ignaro che la targa della sua auto è stata già fotografata e segnalata. Alle 9.31 arrivano sul posto i ragazzi di pattuglia, l’intrallazzone Turner “Buzz” Meeks e l’ex pugile Lee Blanchard, e iniziano a interrogare i testimoni. Ashida intuisce osservando delle fibre di tessuto e alcuni frammenti di proiettile che non si tratta del solito rapinatore del Whalen’s Drugstore, ma di un individuo già ricercato per stupro, uno che indossa una divisa militare. Il nisei è un fottuto genio. Peccato che i giapponesi di questi tempi non stiano simpatici a nessuno: la guerra contro i musi gialli sta arrivando, ormai si parla solo di quello in città…

Il romanzo più lungo ad oggi (882 pagine fitte fitte più 4 – no, dico, 4! - pagine di dramatis personae) di James Ellroy è il primo volume di una tetralogia, il secondo Los Angeles Quartet, prequel del primo (costituito da Dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential e White jazz). Ellroy ha raccontato di aver speso tre mesi a rileggere i suoi quattro classici, mappando le vite dei personaggi con estrema cura per evitare incongruenze e stilando un plot che da solo ha raggiunto le 700 pagine. Il primo Los Angeles Quartet è una pietra miliare della letteratura nera e “squadra che vince non si cambia”: il format quindi è lo stesso, trama a strati sovrapposti, linguaggio fantasmagorico - ibridazione perfetta di cliché hard-boiled e narrativa d’avanguardia, bebop e benzedrina - una miriade di personaggi, molti dei quali già amati dai lettori di Ellroy, altri che erano solo comparse in precedenti romanzi e che ora salgono alla ribalta. Ci sono anche personaggi realmente esistiti (tra i quali una Bette Davis viziata e languida che ha una tresca con il violentissimo sergente Dudley Smith) e sullo sfondo l’apocalittico attacco giapponese a Pearl Harbor concepito e guidato dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto il 7 dicembre 1941. La Los Angeles della vigilia della guerra è un luogo brutale e promiscuo. I poliziotti di Ellroy, come ha fatto notare argutamente Dennis Lehane sul “New York Times”, non sono dei cavalieri: sono degli occupanti. Corrotti, razzisti, misogini, tossici: “(…) a lot of booze, a lot of dope, a lot of sex. Frankly, it was a hell of a place to be”, per dirla con Ellroy. Cristo, che libro.



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