Più lontano di così

Più lontano di così

È il 4 dicembre 1951 ed è il giorno di Santa Barbara, patrona degli artiglieri. A Roma, nella caserma Macao, vicino alla stazione Termini, Luigi Linzio si guarda nel mezzo specchio del bagno che divide con i suoi commilitoni. Ha appena 19 anni e spera che quel giorno tutto si svolga senza intoppi e nel minor tempo possibile. È la regola della caserma: i migliori soldati avranno in premio una libera uscita. Il suo compagno, Davide Brunami, è già pronto e lo aspetta vicino alla jeep: ambisce a quella serata fuori dalla caserma e per questo Luigi si è svegliato presto, per evitare la coda al bagno ed essere in orario. È così che Leda, nipote di Luigi, si immagina lo zio in quel freddo giorno di inizio dicembre. Uno zio che non ha mai conosciuto, se non fosse per una fotografia in bianco e nero attaccata sulla parete di casa, ma al quale si sente inesorabilmente legata. Lo immagina calmo e felice, in quella che con il senno di dopo sarà definita la calma prima della tempesta. E la tempesta che di lì a poco lo travolgerà si chiama Francesca, ha 28 anni ed è sua zia acquisita. Leda la conosce come la “troiaccia”, appellativo affibbiatole da sua nonna dopo che quella donna si è presa la vita del suo giovane soldato, scaricandogli addosso un intero caricatore. Un fantasma con il quale Leda ha imparato a convivere e anche volergli bene, tanto da partire per Roma pur di scoprire ciò che realmente accadde quel 4 dicembre del 1951…

“Chiedo scusa e ringrazio per qualsiasi cosa, anche per ciò che non ricevo gratuitamente, perché tutto ha un prezzo, compresa l’infelicità”. È l’infelicità, insieme all’ossessione, a fare da padrona nel nuovo romanzo di Lucrezia Lerro. La voce narrante è Leda Linzio, nipote di Luigi, giovane meridionale trasferitosi al nord per far fortuna e ucciso da 5 colpi di pistola esplosi da chi invece doveva proteggerlo: sua zia. L’episodio dell’omicidio è realmente accaduto – nel 1951 fu effettivamente ucciso un caporale del 13° Reggimento di Artiglieria in Piazza Indipendenza a Roma – e l’autrice lo utilizza come punto di partenza per intraprendere un denso viaggio all’interno delle miserie umane. La narrazione segue quella del diario personale e lascia trasparire le ossessioni della donna, la sua ricerca quasi spasmodica della verità e il suo sentirsi inadeguata nel mondo. Immedesimarsi per il lettore, tuttavia, resta difficile; alcuni passaggi restano piuttosto ostici da comprendere sia a livello emotivo che logico: le motivazioni dell’omicidio richiedono più di una lettura per comprenderle, mentre alcuni atteggiamenti che Leda assume spingono il lettore a chiedersi “Ma perché?”. Senza ottenere risposta.



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