Pianeta Tschai

Lontano futuro. L'astronave Explorer IV è in avvicinamento a un pianeta orbitante attorno alla stella Carina 4269, a 212 anni luce dalla Terra. Motivo della spedizione, dei segnali radio di origine intelligente risalenti a 200 anni prima. Il segno di una civiltà tecnologicamente avanzata? Gli astronauti terrestri sono qui per verificarlo. Due “esploratori” addestrati a ogni difficoltà – Adam Reith e Paul Waunder - vengono caricati su una scialuppa e lanciati verso la superficie del pianeta (che risulta avere un'atmosfera perfettamente respirabile e un clima adatto alla vita umana), solo pochi istanti prima che una sorta di missile proveniente dal pianeta spazzi via la Explorer IV. A quanto pare la civiltà che i terrestri sono venuti a cercare esiste veramente, ed è tutt'altro che amichevole. Per evitare un atterraggio disastroso, Reith e Waunder si catapultano fuori dalla scialuppa: il primo finisce impigliato nei rami di un alto albero sul limitare di una palude, il secondo sul suolo fangoso. Entrambi hanno qualche osso rotto e non riescono a districarsi dai paracadute. Passano pochi istanti e accorre sul luogo dell'impatto un gruppo di guerrieri barbari armati fino ai denti e con complessi copricapo: uomini! Lì, su un pianeta così lontano dalla Terra! Waunder li saluta amichevolmente per rassicurarli, ma loro gli tagliano la testa senza complimenti. L'esecuzione scatena una accesa discussione fra gli alieni - l'assassino viene fortemente rimproverato da quello che sembra il capo dei guerrieri - mentre Reith assiste non visto in silenzio, inorridito e terrorizzato. D'un tratto, un forte rumore fa fuggire i nativi: si tratta di un bizzarro velivolo, una sorta di piattaforma volante sulla quale, protette da una balaustra, stanno delle creature appartenenti a due distinte razze, una umana e una no. Una sorta di bipedi simili a pesci blu, con una corazza dorsale, e degli uomini tozzi che indossano un falso cranio che richiama quello dei loro padroni alieni. Mentre costoro esaminano il relitto della scialuppa e il cadavere di Waunder, arriva un altro velivolo a piattaforma, ancora più elaborato e strano del primo, ma popolato di creature simili a uccelli/rettili vestite di fiocchi, nastri e sbuffi e anche qui da umani che scimmiottano i loro padroni nell'aspetto e nei modi. I due equipaggi danno vita a una brevissima ma spettacolare battaglia, e sono gli alieni simili a pesci ad avere la meglio e a mettere in fuga gli altri, dopodiché caricano ciò che rimane della scialuppa terrestre sul loro velivolo e scompaiono all'orizzonte. Sulla foresta e sulla palude torna a cadere il silenzio. Reith non sa cosa fare, ma quando i guerrieri barbari di prima escono circospetti dalla vegetazione decide di tentare il tutto per tutto: attira la loro attenzione, e loro lo aiutano a scendere dall'albero. Sopraffatto dal dolore e dallo shock, l'esploratore terrestre sviene...
Questa memorabile quadrilogia (qui nella bella – e ormai esaurita – edizione in volume unico de I Massimi della Fantascienza Mondadori, datata 1988: ben rilegata, ben stampata, ben tradotta ma funestata da una introduzione di Riccardo Valla in cui si parla di tutto tranne che del Ciclo di Tschai di Jack Vance) racconta le peripezie militari, amorose, economiche e persino teologiche di un astronauta terrestre “naufragato” su un remoto pianeta - che però via via si scopre legato in modo insospettabile alla storia dell'uomo - e deciso a tutto pur di trovare un modo per tornare a casa. Tschai, questo il nome del pianeta, è popolato dagli enigmatici e puritani Pnume, che vivono nel sottosuolo e dedicano anima e corpo a tener vive le tradizioni più antiche di quel mondo ostile, e dai bizzarri Phung, una sorta di insetti antropomorfi che vivono come samurai vagabondi. La superficie del pianeta è dominata però non da nativi di Tschai, bensì da tre razze aliene giunte là in tempi remoti: i malevoli anfibi Chasch, gli indifferenti e razzisti Wankh, i crudeli e decadenti Dirdir. Ognuna di queste civiltà sfrutta migliaia e migliaia di esseri umani - finiti sul pianeta chissà da dove, come e quando - come manodopera, soggiogandoli grazie a dogmi religiosi e sistemi politici totalitari. Un affresco complesso che si snocciola lungo quattro romanzi non leggibili separatamente uno dall'altro, pare in origine commissionati da un editore di narrativa per ragazzi, ma poi diventati un capitolo essenziale, paradigmatico dell'opera di Jack Vance. Lo stile è quello che ha reso immortale lo scrittore di San Francisco: gli stilemi narrativi del romanzo d'avventura tradizionale arricchiti da un talento quasi soprannaturale nell'inventare e descrivere gli usi e costumi più incredibili, da tanta ironia e da un linguaggio raffinato, pomposo e scintillante. Un vero piacere per gli occhi e i neuroni, insomma. E volete sapere la cosa più incredibile? Se si analizza il corpus 'vanceiano' il Ciclo di Tschai non rappresenta uno degli highlights, potremmo definirlo un'opera “nella media”. Figuratevi cosa sono i capolavori di Jack Vance.

 

 

 
 
 
 
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