Piangi pure

Piangi pure
Iris, Alice e Melina. Iris è la madre di Alice che è madre di Melina. Belle, intelligenti e sole. Iris De Santis ha quasi ottant’anni, vive in un appartamento ai Parioli e con Alice ha una relazione difficile. È colpa sua: quando Alice era bambina l’ha abbandonata per amore di Michele e quando è ritornata a casa da lei e da Antonio, suo marito, niente era più uguale. Ci hanno provato, a ricostruire qualcosa: Alice ha rilevato la libreria che Iris aveva aperto sull’isola in cui si era rifugiata nell’ennesima fuga dal matrimonio, l’ha tenuta aperta per anni rinunciando a una vita diversa. Poi ha mollato e - più o meno nello stesso momento in cui Iris ha venduto la nuda proprietà dell’appartamento in cui vive - ha ceduto la libreria a un napoletano. Ed è ritornata a Roma. Ha cinquantasette anni, Alice, non si è mai sposata e prega, prega, prega. Ha trovato un Dio che spesso si assenta, si sforza di dimenticare il dolore, la vergogna per una madre incomprensibile e una figlia la cui moralità discutibile (Melina ha troppi uomini, troppo vecchi e ricchi, e non se ne vergogna) non finisce di spiazzarla. Nella quotidianità di Iris, nel silenzio ordinato e indomabile in cui tenta di pacificarsi con la vecchiaia, Carlo si è infilato quasi a tradimento. Piano, con gli appuntamenti fissi e mai concordati per il caffè o l’aperitivo (un Pernod, che in alcuni bar nemmeno esiste) e il suggerimento di scrivere. Scrivi, Iris, scrivi: questo le suggerisce riandando al passato, al primo e unico romanzo pubblicato da lei e ai diari che l’avevano generato, alla scrittura compagna. E Iris scrive. Nei giorni, nelle settimane i diari e Carlo diventano l’oggetto, il significato di emozioni vecchie e nuove, risvegliate o riscoperte. L’amicizia con Carlo diventa amore. E Carlo, che è quasi suo coetaneo ed è sposato con una donna che ha solo quarantacinque anni, risponde: ha voglia di amarla, questa è forse l’ultima voglia della sua vita. Perché non c’è solo l’amore, Carlo ha una malattia…
Strana fatalità per una che scrive tanto, ma pochissime recensioni: non è la prima volta che racconto un libro di Lidia Ravera. Statisticamente non dovrebbe accadere a un non-recensore di pubblicare qualcosa sul medesimo scrittore. Invece oggi accade, ed è una gioia. Piangi pure mi guarda dal ripiano della scrivania e sembra sorridere. Scrivi, MariaGiovanna, scrivi. Mi sono sempre rifiutata, da lettrice passionale e istintiva e scrittrice consapevole di quanto amore si metta nel proprio mestiere, di parlare di libri che non amo. Qui la porta è spalancata, l’amore e la gioia per la scoperta di un capolavoro possono tracimare e posso anche confessare di avere trasgredito a ogni mia abitudine. Ho chiuso il libro dopo la prima lettura, sospirato come un’adolescente dopo “Il tempo delle mele” (che peraltro non mi è mai piaciuto) e mi sono precipitata alla scrivania ancora in pigiama per dire cosa ne penso. E penso che Lidia Ravera abbia tirato fuori uno di quei libri che riprendi in mano decine di volte perché vuoi riscoprire la poesia. Lo sistemi nella libreria in un posto che facilmente recupererai, lo presti solo al tuo amante o all’amica migliore perché sai che lo restituiranno. Penso che un amore come quello di Iris e Carlo, nella sua semplice e inattesa perfezione, sia il sogno di chiunque. Penso che la scrittura di Lidia Ravera ti obblighi a fermarti cento, mille volte con il desiderio di appuntarti le frasi, gli stacchi, i passaggi, le luci fulminee: poi non ti fermi perché dovresti segnarti tutto, riscrivere il libro uguale a come è, ma ti dispiace perché sai che la tua memoria non riuscirà a registrare ogni dettaglio. Iris De Santis affascina subito il lettore, la si immagina bella come sua nipote Melina e ugualmente libera, anche se repressa da un matrimonio malamente recuperato e dai sensi di colpa nei confronti di Alice. E’ sola, Iris, con una montagna di ricordi addosso e i diari in cui riversare le emozioni. Il fascino di Iris ottantenne si specchia, come nel quattro di Coppe dei Tarocchi, nella bellezza sofferente e solida di Carlo e il loro amore, il cui inizio pudico anche se palese spinge ad augurare loro di più, ancora di più, diventa una relazione che esclude il resto, egoistica e chiusa su se stessa come deve essere ogni amore che si rispetti. Perché l’amore deve avere anche una chiusura, deve avere la carne insieme all’anima. Ho adorato il nascere del desiderio di Iris, la sua spietata osservazione della propria voglia di seduzione, i moti di gelosia, delusione e speranza. Ho amato Iris adolescente con la treccia grigia e lunga sulle spalle. Ho amato Carlo, e Alice, e Melina, e ho amato anche Annalisa, la moglie di Carlo abbandonata nei sentimenti da un uomo morente. Piangi pure è un’esperienza meravigliosa che restituisce alla poesia. Grazie a Lidia Ravera per questa esperienza. 

 

 

 

 
 
 
 
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