Piazza Fontana - Noi sapevamo

Piazza Fontana - Noi sapevamo
Novembre 2009. In un quartiere residenziale bianco di Johannesburg, in Sudafrica, c'è una anonima palazzina a cinque piani in mattoncini rossi. Nessuno potrebbe pensare che il distinto ottantottenne italiano che vive qui - tra un campo da golf di un verde scintillante e un non troppo affollato centro commerciale - sia una delle eminenze grigie della strategia della tensione, uno che i famosi 'servizi segreti deviati' dei quali si parla sempre non li ha conosciuti, li ha guidati; uno di cui è stato scritto sul Corriere della Sera "Non sarà il Diavolo, ma comunque è il suo vice". Il generale in pensione Gian Adelio Maletti, che dal 1971 al 1975 ha guidato l'ufficio controspionaggio del SID, è stato condannato a 4 anni di carcere nel 1979 per aver fatto fuggire all'estero due esponenti neofascisti implicati nella strage di Piazza Fontana e nel 1994 a ben 13 anni di reclusione per la sottrazione di un dossier: ma già nel 1980 - vista la mala parata - era fuggito in Sudafrica. Nel 1997 è stato interrogato da dodici parlamentari della Commissione Stragi in loco ma ha svelato ben poco trincerandosi dietro una raffica di "Non ricordo" e "No comment". Nel 2001, dopo aver ottenuto un salvacondotto e la garanzia di non venire arrestato, ha testimoniato a Milano al quinto processo per Piazza Fontana addossando la responsabilità della strage a gruppi neofascisti armati dalla CIA. Nel 2009, tre giovani giornalisti hanno richiesto via e-mail a Maletti una intervista, probabilmente senza sperarci troppo. Inaspettatamente, il vecchio generale reazionario ha risposto loro "E' giunta l'ora, forse, di fare un po' di luce. Ma non del tutto". I tre - a spese loro - sono partiti per il Sudafrica e ora sono davanti alla porta di quella discreta palazzina di Johannesburg. Li attende forse la verità su alcuni fra i più sanguinosi segreti della storia italiana contemporanea...
Il 12 dicembre 1969 per il nostro Paese è una data funesta e fortunata al tempo stesso. Funesta perché alle 16:37 una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano uccidendo 17 persone e ferendone 88. Fortunata perché una seconda bomba a Milano rimase inesplosa e altre tre a Roma - esplose pochi minuti dopo quella milanese - causarono soltanto 17 feriti e nessuna vittima. Qualcuno aveva programmato per quel freddo giorno d'inverno una strage senza precedenti, che facesse piombare l'Italia nel terrore, e probabilmente la inducesse a mutare comportamenti sociali e politici (il '68 aveva inaugurato una stagione di grandi cambiamenti, e le energie innovatrici e perché no sovversive acquisivano più vigore e più consenso ogni giorno che passava), spingendo la popolazione a gettarsi nelle braccia rassicuranti di un potere forte, tradizionalista, nostalgico, magari d'impronta militare. E' la cosiddetta 'strategia della tensione', quella che qualcuno descrisse con la felice formula "destabilizzare per stabilizzare". Il piano non funzionò - almeno non completamente, suggestivo in tal senso nella prefazione di Paolo Biondani il paragone tra Piazza Fontana e l'11 settembre, entrambi intesi come "giorni di perdita collettiva dell'innocenza" - e allora negli anni successivi si colpì ancora e ancora, tra tentativi di golpe, bombe, trame oscure, e il Paese si trovò tra l'incudine di un potere occulto e fascista che tentava di sovvertire in questo modo l'ordine democratico e il martello di commandos extraparlamentari impegnati in una sgangherata ma sanguinosa guerriglia rivoluzionaria da sinistra. L'intervista di Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato conferma questa lettura storica per molti decenni cocciutamente negata dalle istituzioni e relegata quasi a visionaria teoria del complotto: il generale Maletti rivendica infatti (un po' con orgoglio, un po' con il 'candore' di chi dà per scontato che i Servizi debbano avere un ruolo reazionario - e con qualsiasi mezzo, un po' con la consapevolezza guascona di aver fatto uno sporco mestiere) la sua carriera di segreti e depistaggi per coprire un'azione politico-militare coerente e costante: far svoltare più a destra possibile il Paese, stroncare ogni riformismo. L'intervista è serrata, appassionante, e l'indignazione di chi legge è spezzata solo dal divertissement grottesco (e dolente) di far cominciare ogni capitolo con una diversa, raggelante citazione di Giulio Andreotti, che non a caso è l'uomo politico più gravemente tirato in ballo da Maletti, assieme all'ex Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, accusato in buona sostanza di essere la mente politica italiana (di concerto con l'Amministrazione Nixon) dietro la strategia della tensione. Confessione di un uomo prossimo alla fine dei suoi giorni che vuole liberare la coscienza da un terribile peso? Ennesimo diabolico atto di depistaggio? Vendetta (o minaccia di) contro qualche referente politico? Tutte queste ipotesi durante la lettura di Piazza Fontana - Noi sapevamo a turno prendono corpo e si sgonfiano, lasciandoci nel dubbio alla fine del libro. Ma sul fatto di aver avuto il privilegio di dare uno sguardo - magari fugace, sicuramente incompleto, ma terribilmente rivelatore - al mostruoso ingranaggio che regola la gestione del potere e che macina senza tregua né pietà le vite degli uomini e i loro sogni, su quello dubbi non ce ne sono.

 

 

 

 
 
 
 
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