Piazza Grande

Piazza Grande

Nicola Zingaretti confessa di avere paura, dopo la sconfitta alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Non tanto per la dimensione epocale della batosta (il Partito Democratico al 18,7%, il peggior risultato nella storia della sinistra italiana se sommato al modesto 3,3 di Liberi e Uguali, il Paese consegnato in mano ai populisti), ma per la sensazione di impotenza che si respira. Sembra finita un’epoca, e nel popolo del centrosinistra predomina “un mix di rabbia e rassegnazione”. Di fronte a questo quadro Zingaretti non nasconde la nostalgia e la preoccupazione, lui che è cresciuto in un’Italia dove le forze progressiste erano maggioranza - il PCI raggiunse addirittura il 34% dei voti, il PSI si attestava spesso sopra al 10, le forze cristiano-sociali nate nella DC attorno a Moro erano altrettanto forti - , e l’attuale ribaltamento dei rapporti di forza sembra la spia di “un vero e proprio arretramento antropologico del Paese”, un incattivimento e una sfiducia totale dell’elettorato. Da dove si può ripartire? Innanzitutto provando a spezzare la saldatura fra Lega e Movimento 5 Stelle: il primo è un partito di destra nazionalista e pericoloso, un coacervo reazionario e antieuropeo che si muove compatto attorno al leader, mentre il secondo è una piattaforma fluida che ha tradito moltissime delle promesse per accontentare il potente alleato di governo. Il destino dei pentastellati sarà di sfarinarsi, in parte andando a ingrossare l’impetuoso torrente leghista, in parte tornando all’ovile del centrosinistra. Risulta chiaro da queste righe di Zingaretti, ma anche guardando alla storia della sua ultima giunta regionale nel Lazio, che il PD non può restare in un angolo a sgranocchiare pop corn, come se il governo sovranista fosse uno spettacolo a cui assistere, ma deve essere attore protagonista, porre in evidenza le contraddizioni dei gialloverdi e puntare ad allargare il fronte progressista. Tutto questo è vitale per affrontare nel migliore dei modi quelle che vengono definite “le sfide degli anni Venti del nostro secolo”. C’è innanzitutto la questione climatica e ambientale, che nell’anno appena trascorso è stata centrale nel dibattito grazie all’attivismo di Greta Thunberg, la ragazzina svedese “persona dell’anno” secondo “Time” e animatrice del movimento Skolstrejk för klimatet a cui Zingaretti ha dedicato la vittoria delle primarie; eppure, nonostante l’attenzione crescente fra i media e le persone, le istanze ambientaliste che hanno molto seguito fra i giovanissimi stentano ad attecchire fra i gruppi dirigenti. Così come stenta a consolidarsi la parità di genere, realizzabile anche attraverso forme di co-gestione dei ruoli nel partito…

Presidente della Regione Lazio dal 2013 (unico nella storia a essere riconfermato per un secondo mandato) dopo aver guidato la Provincia di Roma, già segretario della FGCI romana e poi della Sinistra Giovanile, Nicola Zingaretti nel marzo 2019 è diventato segretario del PD nel momento peggiore della sua storia, in termini di consenso e di visione del futuro. È dalle disfatte che spesso nasce la volontà di mettersi in gioco, ed ecco Piazza Grande, che vuol dire Lucio Dalla e per associazione richiama Bologna, l’Emilia rossa e baluardo della sinistra, la città della svolta di Achille Occhetto e che ha dato i natali a Romano Prodi, dove di recente Zingaretti ha inaugurato la convention “Tutta un’altra storia” ed è nato il Movimento delle Sardine. Non un titolo a caso, dunque, ma un’espressione evocativa e piena di significati per risvegliare dal torpore anche chi pensava di essere arrivato a fine corsa. L’emorragia di voti della galassia grillina è sotto gli occhi di tutti e pone di fronte a degli interrogativi, mentre alle regionali il centrosinistra si mostra in salute eppure non vince mai. Il popolo se n’è andato e al momento stenta a ritornare, anche se qualcosa sembra muoversi: alle Europee Zingaretti è riuscito a ottenere a fatica l’unità di diversi soggetti sotto lo stesso simbolo, per esempio Pisapia e Bartolo, e ha raggiunto un incoraggiante 22%, che prima delle scissioni di Italia Viva e Azione sembrava la pietra angolare di una rinascita, specie dopo aver ottenuto la nomina di Gentiloni a Commissario Europeo. Molti rimproverano a Zingaretti l’immobilismo, la pacatezza e la quasi totale assenza di decisionismo, di essere troppo fuori dal dibattito e di essere debole rispetto alla presenza asfissiante sui social e sui media tradizionali di Matteo Salvini. Tutte obiezioni giuste, se non fosse che già nel recente passato il centrosinistra ha tentato di contrastare gli avversari puntando sul carisma e sulla parlantina del segretario, con risultati molto magri. Zingaretti prova a incarnare invece la bellezza del “Noi”, dichiarandosi mediatore e interprete di più voci, non un primus inter pares che si circonda di yesmen o di gigli magici (la stoccata al predecessore è chiara e ineccepibile), anche perché puntare solo sul leader vuol dire prepararsi a perdere quando questo esaurirà la sua spinta propulsiva. Se c’è una cosa che stupisce è che Zingaretti, ex PCI e DS, ci tenga a mostrare un profilo ultramoderato e quasi centrista, citando infinite volte Aldo Moro, molto spesso Mattarella, De Gasperi, Zaccagnini e Carlo Azeglio Ciampi, e in alcuni casi persino Andreotti e La Malfa, mentre c’è uno sconcertante e sorprendente “zero” per le citazioni di leader storici della sinistra italiana (su tutti Enrico Berlinguer, ma anche i socialisti Nenni e Craxi). Vengono citati en passant Bernie Sanders e Jeremy Corbyn, solo quando tornano utili ad affermare la possibile convivenza fra centro e sinistra radicale nello stesso partito. Forse è un tentativo goffo di affrancarsi dal fardello dell’eredità di una sinistra gloriosa ma perdente, abbracciando l’idea di un progressismo europeista che di socialdemocratico non ha quasi nulla, o molto più probabilmente la scelta è ben ponderata, dato che il segretario sa che in Italia urlare ai quattro venti istanze troppo radicali equivale a darsi la zappa sui piedi e venire bollati come pericolosi bolscevichi. Nel leggere questo saggio, ovviamente, si deve tenere presente che l’analisi precede di alcuni mesi gli sviluppi estivi e il ribaltone che ha portato al Conte II, ma Piazza Grande contiene delle sfide che guardano soprattutto al decennio appena iniziato, e si conclude con una lunga conversazione col giornalista Gad Lerner.



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