In piena luce

In piena luce
Marion Campbell è una ritardata emotiva. Una che non capisce perché si debbano avere degli amici, un fidanzato fisso, fare dei viaggi. Eppure gestisce un’agenzia viaggi di sua proprietà, a Cape Town. Ed è una donna che ha tutto quello che si possa desiderare: è una sudafricana bianca, ha la Mercedes, la casa vista oceano, una vita agiata. Poi però uno zoom accurato sulla sua agenzia ci fa individuare una ragazza, Brenda Mackay, che Marion ha deciso di assumere sebbene sia di colore. Un vulcano politicizzato che stimola in ufficio discussioni appassionate sull’apartheid e sul partito nazionalista, sulla storia del loro paese, sui conflitti sociali. Marion sopporta la sua impertinenza perché è una ragazza decisa, che lavora bene, e in fondo le sta simpatica. Ed è proprio lei che seguirà Marion nel suo nuovo percorso, nella svolta della sua vita: una foto pubblicata dalla Truth and Reconciliation Commission,il tribunale che indaga sulle violazioni dei diritti umani durante l’apartheid, il bisogno di capire il proprio passato e alcune incognite mai risolte, e Marion sprofonda in un viaggio dentro e fuori se stessa, che parte dalla definizione legale del termine coloured e che ha a che vedere col colore della pelle e con la finzione sociale. Una madre che non c’è più, ma anche quando c’era era un’isola deserta, non comunicante col suo mondo, di cui facevano parte solo lei e un padre che non faceva che chiamarla teneramente “piccola sirena”, un parentado inesistente, un passato sfocato. E sullo sfondo, il dramma di un paese dalle vene aperte, in cui bianchi, neri, e coloured che si finsero bianchi hanno tutti recitato una parte, in piena luce. Ora, per Marion, cadono i veli ed è il momento della verità...
Zoë Wicomb è stata definita dal The New Press “seducente, brillante e ricercata”, la sua prosa è stata descritta dal the New York Times come “vigorosa, articolata, lirica”. Parole altisonanti, ma pienamente meritate. La prima parte del romanzo è una straordinaria immersione in un mondo sconosciuto, in cui molte cose seminate quasi con noncuranza sono dettagli articolati che vanno, gradualmente, a comporre un mosaico sempre più pregno ed eloquente: la sensibilità e la prontezza di capire le implicazioni delle differenze tra coloured e neri, la pazienza di accettare un personaggio freddo come un igloo, la curiosità e il coinvolgimento nel cercare di indagare, insieme a Marion Campbell, una verità ormai sepolta nel passato e tutto sommato dal limitato, se non esistente, impatto sociale, si snodano gradualmente man mano che la penna della Wicomb impara a cullarci, in un crescendo degno di lode. E’ quasi inevitabile che ad un certo punto il climax discenda, e la prosa perda il suo ritmo trascinante per sondare terreni più lenti: l’introspezione continua, i flashback descrittivi, i dubbi e un viaggio in Europa passato a fare nulla. C’è sempre meno carne al fuoco ma sempre più profondità d’analisi, paradossalmente. Perché la verità attecchisce, ed entra nella mente del personaggio così come nella nostra. Un libro sincero, che ambisce anche a toccare, marginalmente, il dilemma delle scelte dei genitori, non sempre le migliori per i figli, e del disagio sociale che ancora permea un paese dove a lungo l’apartheid ha disseminato odio e inciviltà, e a lungo dei coloured si sono finti bianchi, per poi diventare, una volta abbattuto l’apartheid, un pesante ed imbarazzante fardello per la memoria del paese. Temi affrontati con abbondanti stile ed eleganza, e sufficiente sentimento.

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