Piscio sull’acqua

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Jen, una bambina di seconda elementare, trova un ombrello umanizzato e con tanto di volto, che la porta su Marte per poi farla riatterrare al banco di scuola. Ad immaginarne le vicende è Agnes, un’altra bambina che a sua volta incontra un uomo fatto di legnetti che se ne va in giro per la città… Jason è un ragazzo che non ama la tecnologia e depreca la sorella che passa troppo tempo con i giochi interattivi. Ma un bel giorno Jason, che ama le cose vecchie ed i Beatles, riceve in regalo Jon Lennin Xperience, un realistico gioco tramite il quale scopre che può fare sesso con l’ologramma di Yoko Ono e la sua vita cambia… Un equipaggio di uomini, donne ed una scimmia viene inviato nello spazio a bordo di una navicella, ogni contatto sessuale è proibito. Ma le cose non andranno come previsto… William e Justin, due studenti di medicina omosessuali, accolgono in casa un senzatetto che ha subito una ferita e William scopre di essere affascinato dalle infezioni, vorrebbe ricoprire la terra con uno strato di pus e comincia a guardare i ragazzi come fossero cadaveri da riportare in vita come nel Rocky Horror Picture Show…

Se ne potrebbe ricavare la stessa impressione che si ha quando un sedicente scultore ordina una cabina doccia ad un ingrosso di sanitari, la fa trasportare e collocare nella sala esposizioni di New York e tutti gridano al genio. Le motivazioni della critica che ha acclamato Rachel B. Glaser appaiono a dir poco inconsistenti. Il fatto di anteporre le parole al senso delle stesse si è già visto con le derive della beat generation e non ha funzionato: nessuno ha dato seguito al delirio in inchiostro di Pasto nudo di Burroughs. E nemmeno ai tentativi di prosodia protratti fino agli anni ’70. Il fatto è che gli pseudo racconti di Piscio sull’acqua procedono senza forma e terminano a casaccio dopo faticosa lettura senza un po’ di godimento intermedio. A meno che il godimento non sia quello paracoprofilo di descrizioni di vasche da bagno in cui galleggiano pelle morta e peli pubici, l’osservazione delle proprie deiezioni in un wc, le riflessioni sulla materia interna ancora non espulsa, peni lentigginosi, vagine e sperma. Solo un (uno) racconto su tredici non va a parare sul sesso come se l’esistenza umana non avesse altri orizzonti e sfumature (Tolstoij come avrebbe fatto?). Riguardo al senso inesistente dello scritto è la stessa autrice ad affermare che il surreale è frutto della sua vena sperimentale. Quindi non piacerà a chi pensa che in letteratura, musica e cucina la sperimentazione vada fatta a porte chiuse e sala vuota e che il frutto dell’esperimento vada servito al pubblico solo quando è ben riuscito.

 


 

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