Plexus

Plexus

È la felicità ad accompagnare Henry e Mona nella ricerca del loro “piccolo nido d’amore”, insieme ai baci che scambiano sul pianerottolo dei palazzi, incuranti degli sguardi oltre lo spioncino. Una casa che rientri nelle loro possibilità finanziarie è ciò che cercano, ma quello che trovano è un appartamento di lusso, elegante, costoso, ben oltre le loro risorse. Mona lo desidera e sa come farsi prestare i soldi dai suoi ammiratori. Sciocchi e con le banconote in tasca. I primi mesi scivolano via facili. Henry trascura il lavoro per poter scrivere, Mona si esibisce a teatro e incanta i suoi spasimanti. La casa è talmente bella da minare la concentrazione. Il quartiere è vicino a Sackett Street e non è possibile sfuggire ai ricordi legati a quella zona e agli anni della giovinezza. Henry pensa ad Al Burger, l’amico di origine olandese e a Ulric, il pittore che non ha mai raggiunto la fama. Intanto Mona seguita a portarlo lontano dalle responsabilità. Con lei la vita è leggerezza. In uno dei loro giri per godersela conoscono Nahum Yud, direttore squattrinato di un giornale yiddish, e incappano in un ex collega di Henry, l’odioso Olinski che non esita ad attaccarsi al gruppo per vendere le sue inutili polizze. È l’occasione ideale per metterlo in difficoltà, deriderlo e provocarlo al punto da coinvolgerlo in uno scontro con gli altri, al punto da farlo malmenare e buttare fuori dal locale. Mona è inorridita, ma Henry si diverte un mondo a mostrare il suo lato peggiore. Lo spasso è comunque fugace e, terminata la serata, passeggiare nel ghetto con Nahum Yud porta un altro carico di ricordi. E di lui e Mona che ne sarà appena l’inganno dell’appartamento verrà alla luce? Appena i soldi e i prestiti finiranno che ne sarà della bella vita, per loro che possiedono solo “ricchezze interiori” e i libri sugli scaffali, acquistati con grande fatica o procurati grazie alla scaltrezza e al caso. Come la logora Bibbia, ottenuta per la fortunata dimenticanza del vecchio George Denton, Crazy George, il fruttivendolo matto, con la sua frusta sempre pronta a schioccare sui monelli del quartiere e i suoi proseliti pieni di passione e minacce di dannazione eterna. George, la Bibbia sottratta, la religione, questi pensieri fanno venire fame a Henry, ma gli mancano i soldi per mangiare le leccornie dei migliori ristoranti...

La crocifissione rosea. L’evocativo nome dell’opera biografica di Henry Miller – nel progetto dello scrittore un corposo unico volume, poi suddiviso su supplica dell’editore – articolata nei tre volumi Sexus, Plexus e Nexus, di cui il primo spiccatamente erotico, molto più riflessivi, introspettivi e composti da ampie digressioni gli altri due. Digressioni che non spezzano il ritmo, ma, con abilità encomiabile, rendono la lettura fluida e irresistibile. Nessun tracollo emotivo colpirà il lettore nel passare dai brani sulla Bibbia alle crêpes suzette. Immancabile il flusso di coscienza caratteristico dei suoi scritti, malinconico adagiarsi tra i ricordi della giovinezza: “Strani accessi di nostalgia mi assalivano a volte. Mi accadeva di svegliarmi col ricordo di un sogno e decidere a ogni costo di far rivivere certi potenti ricordi...” e ansioso rimuginare sull’incerto futuro, specialmente economico. Henry (ma Mona lo chiama Val, diminutivo del suo secondo nome, Valentine), nelle lettere che scambia con l’amico/ammiratore/critico Lawrence Durrell, difende con passione il primo volume della trilogia, da quest’ultimo considerato un cumulo di volgarità escrementizie, e con tenerezza presenta Plexus, un memoir pubblicato nel 1953, che a tratti scivola nel rimpianto sdolcinato. Lo stesso Miller ammette: “Non accettavo e non coltivavo del passato se non ciò che potevo sfruttare con intenti creativi”. Scorre, pagina dopo pagina (alcune scritte in modo splendido, altre flusso logorroico e senza senso, una disomogeneità che tutto sommato gli possiamo perdonare), una carrellata di amici, la maggior parte legati agli anni trascorsi nella 14th Ward: “Che buffi personaggi eravamo stati. Piccole scimmie, galletti, i ras del rione”, altri incontrati da adulto, mentre fatica a scrivere e Mona manipola la lunga lista di spasimanti e ammiratori per ottenere denaro con cui mantenere entrambi. Miller descrive con immagini schiette coloro che incontra o le strade brulicanti di uomini e donne intenti a vivere, spesso sopravvivere, e i quartieri, come il labirintico e multiculturale Village. La sua percezione del mondo, l’insicurezza verso sé, ordinario americano senza ascendenza prestigiosa, senza radici significative, la ricerca di una identità, personale e artistica, e la sofferenza che il fallimento porta con sé. Vivere alla giornata, arrangiarsi, alleggerirsi dalle responsabilità è divertente finché la notte gli incubi e le preoccupazioni non vengono a presentare il conto. Henry Miller racconta la vita di un uomo instabile, non proprio felice, che alterna paura a entusiasmo, ambizione a pigrizia. E nel frattempo ama: “E se mi si dovesse domandare: hai goduto del tuo soggiorno sulla terra? risponderei: la mia vita è stata una lunga crocifissione in rosa”.



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