Pop Palestine

“Al mattino, prima di andare a scuola, aiutavo la mamma a preparare la colazione. Sul tavolo, sopra grandi vassoi rotondi, mettevamo tante cose buone: zèit (olio), za’atar (timo), zeitùn (olive), gibna (formaggio), khubz (pane), pezzi di pomodoro e cetrioli, miele, tè e caffè e ognuno poteva prendere quello che voleva. Per mezzogiorno preparavamo cibi sostanziosi a base di verdure, carne e riso: maqlouba (la rovesciata, un piatto di riso, verdure, un mix di spezie profumatissime e pollo, ndr), mulukhìa (verdura simile agli spinaci), bàmia (okra, una pianta molto simile al peperoncino verde), kufta (piatto di carne), dawàli (involtini di foglie di vite)... Alla sera invece ognuno mangiava quando voleva; era una cena leggera, con gli stessi cibi della colazione ”. La cucina in Palestina è una cosa seria, esiste addirittura un vero e proprio lessico per indicare i diversi piatti che si preparano a seconda dell’occasione, sia essa religiosa o sociale. E se vi capiterà di entrare per la prima volta in una casa palestinese, sarete travolti oltre che dalla gentilezza e dalla calda accoglienza della padrona di casa, anche dai profumi, dai colori e dai sapori del cibo Al-qara (cibo per gli ospiti), fra il quale non può mancare il vassoio ricolmo di biscottini, la frutta secca, il tè alla menta ed il profumato caffè al cardamomo...

Pop Palestine nasce dall’incontro tra Fidaa I A Abuhamdiya, chef e blogger palestinese, Silvia Chiarantini, viaggiatrice e appassionata di storia e cultura palestinese, e Alessandra Cinquemani, fotografa fiorentina. Non semplice libro di cucina, benché coloratissimo, ricco di fotografie e di ricette stuzzicanti, ma soprattutto diario di viaggio in un Paese dimenticato, che nell’immaginario collettivo si associa ormai solo a guerra e sofferenza, ingiustizie e deprivazione dei diritti umani fondamentali. Eppure, la Palestina è anche altro: è resistere e andare avanti nonostante tutto, è ospitalità, è poesia; ed è anche cucina, perché forte qui è il legame tra il cibo e le occasioni conviviali. E così mentre impariamo a fare i Ka’k e Ma'amul, i biscotti di semolino che la sorridente Nawàl prepara a Betlemme, o apprendiamo l’arte di servire il caffè al cardamomo che Zarife offre come benvenuto ai viaggiatori arrivati a Ramallah, leggiamo di una Palestina in cui il tempo della sofferenza sembra essersi prolungato all’infinito. Una Palestina in cui i checkpoint israeliani scandiscono tempi e spostamenti; in cui il muro ha spesso separato le abitazioni dai campi coltivati, fonte di sostentamento per molte famiglie; in cui ogni diritto per noi scontato, dall’approvigionamento idrico alla possibilità di vendere i propri prodotti (la Palestina non essendo riconosciuta come nazione non ha codice a barre e tutto viene esportato con il codice a barre israeliano) alla libertà di spostamento, è precluso. Eppure, i palestinesi continuano a resistere: continuano a produrre i profumatissimi datteri di Gerico, i pregiati saponi all’olio di oliva di Nablus, il ricco e coloratissimo ricamo punto a croce di Ramallah. E sosprattutto non perdono la speranza nell’awda, “il ritorno a casa” il cui simbolo è l’enorme chiave in ferro che sormonta le porte d’ingresso dei campi profughi. E allora, riprodurre e proporre i piatti, i colori ed i profumi raccolti durante questo viaggio, può essere un modo per mantenere viva l’attenzione, per sentirci più vicini al popolo palestinese, per prendere spunto e testimoniare un mondo ed una cultura diversi da come ci vengono normalmente rappresentati. Per ricordare – anche con semplici momenti di convivialità – che c'è un popolo che un assurdo processo storico ha portato a disperdersi,vittima dei colonialismi e degli interessi economici, ma che come la rosa di Gerico è pronto a risorgere.

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