Porta Venezia

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Raccontare una storia, specialmente la storia di un uomo, significa per forza di cose tradirla. E questa, forse, non è nemmeno una storia vera. Tommaso Ponte è un architetto, è vedovo e sua figlia risiede all’estero, lontana. Niente sembra più monotono di questa vita intrappolata in abitudini meticolose e sempre uguali a sé stesse, e niente sembra degno di essere ricordato. Come un sasso lanciato in uno stagno scuote una quiete in maniera improvvisa e insperata, così anche nella vita di Tommaso giunge una notizia in grado di rimettere in discussione, in parte, tutto quel che si dava per acquisito: gli viene infatti comunicato che ha ereditato una somma non indifferente dall’anziana zia Cecilia, che per il nipote ha sempre avuto un occhio di riguardo. L’unica cosa da cui il testamento lo esclude sono le partiture e i libretti d’opera, che andranno alla Casa Verdi, e una grande quantità di abiti e accessori. La diaspora della sua famiglia era iniziata parecchi anni addietro, e lo aveva lasciato come ultimo e solo esponente di una ricca e colta famiglia borghese di Milano. Terminata la sua visita al Monumentale, rientrò nella sua dimora, agli ultimi due piani della torre di Porta Venezia, la bellissima torre Rasini…

Il protagonista è un architetto in carriera, risiede nella famosa torre Rasini che fu progettata dall’archistar ante litteram Gio Ponti, e la torre viene piazzata stilizzata sulla copertina del romanzo. Se vi state chiedendo il perché di un’attenzione così marcata verso questo mondo, dovete sapere che l’autore di Porta Venezia è un architetto prestato alla narrativa – anche se, dobbiamo dirlo, con risultati davvero interessanti – e questo è il suo secondo lavoro, che arriva tre anni dopo L’altra metà del mondo (anche quello pubblicato da Italic). Carlo Nardi è un classe ’82 e vive a Macerata, ed esplicita il suo amore per l’architettura con svariati dettagli disseminati in maniera più o meno palese. Si parte evidentemente col titolo per arrivare all’attenzione maniacale verso gli aspetti stilistici ed estetici degli ambienti nei quali fa vivere la storia: si parte quasi sempre con una lunga inquadratura panoramica per far abituare il lettore, e poi con degli zoom mirati sugli oggetti che si possono incontrare con lo sguardo. Il romanzo è scritto con una prosa vivace e coinvolgente, riesce a non far scemare l’attenzione malgrado di fatto il protagonista sia l’unico a rimanere sempre in scena, e soprattutto la scrittura è strumento per raccontare Milano e la vita di Tommaso. Si tratta di un borghese con una predilezione per la vita appartata e riservata, al riparo dall’alta società meneghina di cui è probabilmente stanco. La sua è quasi una forma di ennui decadente, e al crepuscolo della sua famiglia ormai ridotta al lumicino fa da contraltare lo splendore della città, così architettonicamente vitale e capace di rinnovarsi per non esaurire la spinta propulsiva da essere metafora di quello di cui l’architetto Ponte avrebbe bisogno per rilanciarsi (non tanto per mere necessità economiche, quanto piuttosto per la necessità di avere un progetto di esistenza).



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