In posa

In posa

Il termine “modella” si affermò nel Ventesimo secolo come sostituto di mannequin, la parola con cui, tra Ottocento e Novecento, si indicava il “manichino vivente” tramite il quale le case di moda presentavano i propri modelli, i prototipi degli abiti. Una donna in carne ed ossa, quindi, e non un manichino inanimato come le poupée de mode delle sartorie francesi che, nel Diciottesimo secolo, avevano attraversato l’Europa per promuovere le ultime creazioni. Ma nei primi decenni del Novecento la moda fu attraversata anche da un’altra rivoluzione: la comparsa e la diffusione della fotografia sulle riviste del settore, dove le modelle che posavano non erano le stesse di quelle che sfilavano per gli ateliers. In quella fase, le due carriere avevano iniziato a prendere direzioni diverse, per assumere più tardi le connotazioni professionali specifiche di fotomodella e di indossatrice. Un termine, il secondo, nato in un momento ben preciso: il 1935, quando era apparso per la prima volta sulle pagine della “Gazzetta del Popolo” di Torino. Lì, aveva trovato l’approvazione del critico teatrale e titolare della rubrica di moda Lucio Ridenti, che forse ne aveva previsto il destino di parola dall’utilizzo “obbligatorio”. L’anno successivo, infatti, l’Ente nazionale della moda avrebbe dato alle stampe il Commentario dizionario italiano della moda di Cesare Meano, che, in nome dell’orgoglio italico, avrebbe concorso a frenare l’ingresso e l’uso di parole straniere come mannequin. Al suo posto, di lì in avanti, sarebbe stato preferito “indossatrice”, un termine che riuniva in sé le tre declinazioni della professione di modella: il manichino d’atelier, l’indossatrice che sfila e la fotomodella…

Sia chiaro: questo di Gabriele Monti è un libro sulla moda, non un libro di semantica. Ma, dato che la moda in oggetto è quella italiana, analizzata attraverso la figura professionale della modella, una riflessione sui termini che nel tempo l’hanno connotata risulta non solo importante, ma necessaria. Le basi per il sistema moda italiano sono state poste durante il Ventennio fascista, che ha dato un forte impulso allo sviluppo del settore ed inciso profondamente su ogni suo aspetto, compreso il lessico, fino a quel momento costituito da termini per la maggior parte francesi. Da quel periodo storico parte l’analisi di Gabriele Monti che, messa a fuoco la natura proteiforme della modella, si sofferma sulla sua essenza di veicolo strategico dell’image-making, sul suo impatto sull’immaginario collettivo e su quell’unione indissolubile e miracolosa di volto-corpo-abito-portamento, che la rende “molto più di un’interprete, di un personaggio, di una comparsa. La modella è il film della moda”. Al centro dello studio dell’autore, ricercatore all’Università IUAV di Venezia, dove insegna presso i corsi di laurea in Design della moda, non c’è dunque la dettagliata ricostruzione biografica delle modelle italiane più carismatiche, lo scandagliare nel loro privato, quanto l’osservazione dell’evoluzione del loro ruolo del tempo. Un ruolo sempre e comunque da attrici protagoniste del sistema, che non è ancora stato oggetto di studi sistematici e che, nel caso delle modelle italiane, è un territorio pressoché inesplorato. Gran parte nel volume è comprensibilmente occupato dall’atlante iconografico, in cui le copertine delle riviste specializzate ed i servizi sui rotocalchi sono disposti in ordine gioiosamente sparso, in modo da far emergere con forza la diversità del ruolo della modella nel corso dei decenni. La moda di ieri e quella di oggi: il profilo inconfondibile di Benedetta Barzini e lo sguardo intenso di Bianca Balti; Carla Bruni che fissa l’obiettivo di Steven Meisel ed Isabella Rossellini sorpresa da quello, indiscreto, di Richard Avendon; una statuaria Mirella Petteni sulle pagine di un “Vogue America” del ’69 ed un’eburnea Isabella Albonico, cover girl di un “Life” di dieci anni prima. Un libro importante, che regala piacere agli occhi e mette in luce un concetto spesso sottovalutato: le modelle la moda la fanno, non si limitano a registrarla.



 

 

 

 
 
 
 

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