Post office

Post office
"Non potevo fare a meno di pensare, Dio mio, questi postini, non fanno altro che infilare le loro lettere nelle cassette e scopare. Questo è il lavoro che fa per me, oh sì sì sì". Henry Chinaski inizia a lavorare come postino supplente. Il suo superiore, Jonstone, lo prende di mira e gli assegna sempre i percorsi più difficili. Per Chinaski, che ha un grande mal di vivere, poca voglia di lavorare e uno sconfinato amore per l'alcol, le cose si fanno davvero difficili. Sacca di cuoio sulle spalle, è costretto a girare in lungo e in largo la squallida periferia di Los Angeles...
Charles Bukowski impiegato alle Poste: sembra impossibile vero? Eppure il profeta della disoccupazione, il teorico del non lavoro, il principe dell'autodistruzione passò ben 11 anni nell'amministrazione postale americana, pur tra alterne vicende. L'esperienza rivive nelle traversie di Henry Chinaski, leggendario alter ego dello scrittore statunitense, che porta avanti la sua solitaria guerra donchisciottesca contro la disciplina, le regole, la gerarchia, collezionando scontri con i suoi superiori, ammonizioni e lettere di richiamo (ma rimanendo bene o male al suo posto,nonostante i proclami e l'insofferenza "al cartellino"). L'universo rigidamente strutturato del lavoro (un lavoro visto qui più che mai come gabbia, ricatto, condanna e schiavitù dell'individualità umana) contrasta in modo bruciante con la vita privata del protagonista del romanzo, che affoga nell'alcol e tra le cosce di donne più o meno problematiche la sua infelicità. Ma anche qui non mancano sorprese e distanze dal canone bukowskiano: la lunga storia con la texana Joyce, ricchissima e ninfomane, vissuta nel disprezzo della famiglia di lei (memorabile il racconto della visita in Texas della coppia) e il rapporto con la hippy Fay, che darà a Chinaski una figlia, Marina Louise. Allegoria della normalità, l'ufficio postale del titolo è per Chinaski una croce, il luogo delle umiliazioni e della noia, ma al tempo stesso porta in sé una promessa di riscatto alla quale il Bukowski di quei giorni (ai tempi del suo impiego alle Poste lo scrittore aveva 39 anni, diamo per scontato che le peripezie di Chinaski siano pressoché integralmente autobiografiche), ancora lontano dai riflettori e dalla carriera di scrittore, non è ancora del tutto allergico. Scritto con veemenza e passione, Post Office è tra i lavori più efficaci, vivi e sinceri di Bukowski. Sesso, emarginazione e solitudine sono sempre i cardini dell'arte bukowskiana, ma qui appaiono stemperati da una certa freschezza, che impedisce ancora alla disperazione e al cinico humour dello scrittore statunitense di prendere il sopravvento come succederà in opere successive.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER