Povera gente

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Makar Devuškin e Varvara Alekseevna, legati da una lontana parentela, abitano l’uno di fronte all’altra a Pietroburgo, in due delle tante squallide camere dove la povera gente come loro lotta ogni giorno contro la miseria e la cattiva sorte. Lei è una fanciulla fragile e sola, lui un impiegatuccio in là con gli anni, come denuncia l’unico ciuffettino di capelli che gli è rimasto in testa. Si scambiano molte lettere ma non si frequentano spesso. Makar per andare a trovare Varvara dovrebbe attraversare il cortile, gli altri inquilini lo vedrebbero e ci sarebbero sicuramente delle chiacchiere. Così s’accontenta d’incontrarla al vespro in modo che nessuno possa spettegolare. A volte spia la sua finestra dove la tendina è sollevata da un lato, gli sembra di scorgere il suo viso e questo basta a renderlo felice. Per compiacere Varvara le manda confetti, uva e fiori sperperando i suoi pochi quattrini. E le invia pagine e pagine in cui le racconta quel che fa, chi conosce, cosa legge. La chiama piccolo angelo, le ricorda che ha per lei un affetto paterno. Tuttavia, fra le moine e le parole traboccanti di premura, sorge il dubbio che ciò che prova il buon Makar non sia del tutto puro…

Nel 1844 Fëdor Dostoevskij decide di lasciare il suo impiego nel dicastero di Ingegneria militare e di creare un romanzo che possa vendere bene. Dopo mesi di lavoro febbrile nel 1846 pubblica Povera gente. Il genere è quello epistolare, apprezzato dal pubblico, il protagonista maschile ricalca il noto Akakij Akakievič Bašmačkin de Il cappotto di Gogol’, l’ambientazione è l’inferno degradato della Pietroburgo degli umili: tutti elementi che fanno gioco per propiziare il favore della critica dell’epoca. In effetti Dostoevskij ha successo. Il suo libro, che mette in scena la grama esistenza di due rappresentanti della società più indigente e vessata, viene classificato come opera d’ispirazione e d’intenti umanitari. Povera gente, però, è nello stesso tempo un’opera sulla letteratura perché la letteratura è il sogno nel cassetto di Makar e l’oggetto di cui disquisisce principalmente. Per questo frequenta il cenacolo del suo vicino Ratazjaev, autore di sciocchezze audaci, e nel momento in cui Varvara sta per sfuggirgli per sempre si dispera: a chi scriverà – le chiede lamentevole - una volta che lei sarà partita, proprio adesso che il suo stile, prima carente e dozzinale, “si va formando”? Makar ha scoperto che la letteratura può essere alla sua portata, a dispetto dei vestiti sdruciti e delle scarpe rotte che indossa. Ma non bastano le ambizioni a fare di un poveraccio un letterato. È chiaro che Dostoevskij non ha simpatia per il suo personaggio, che Igor Sibaldi ha classificato lapidariamente come uno “sporcaccioncello sentimentale”. Questo vecchio sciocco che si sdilinquisce per una giovinetta facendosi schermo con la tenerezza che potrebbe avere per una figlia, che vagheggia di introdursi nell’universo superiore degli scrittori (anche se d’infimo grado come Ratazjaev), è vile, goffo, in malafede, brutto dentro. E quando resta solo, senza più Varvara a fargli da pubblico, a solleticare le sue fantasie sdolcinate e - lo si intuisce – velleitariamente laide, non suscita alcuna pena. Dostoevskij lo ha smascherato dandoci un piccolo assaggio delle bassezze dell’anima che svelerà ampiamente nei capolavori successivi.



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