Pozzoromolo

Pozzoromolo
Ha un nome che cova dentro la sofferenza. Quella, grande, di un nido infranto in cui non poter fare ritorno; l'altra, ancora più grande, di una casa chiamata prigione dove l'unico reato è essere se stessi. Gioia sbriciola il suo tempo in un OPG, l'ospedale per matti così tanto matti da aver fatto qualcosa di (molto) sbagliato: il tempo ufficiale, scandito dal rigido calendario giornaliero, mattina, pomeriggio e sera fino a ripiombare nell'oblio di un sonno medicamentoso; e un tempo interiore, scandito dal ricordo e dalla scrittura. Gioia, natura polimorfa di una lei cresciuta in un corpo maschile, raccoglie su fogli naufraghi e un vecchio pc i frutti marci di una storia seminata a sofferenza, dalle radici divise tra Milano e Ospedaletto, tra una famiglia fatta di cocci rotti e la masseria dei nonni in cui iniziare a lavorare e a subire mani e voglie di uomini crudeli. Lui/lei, persa la vocazione ad essere felice, in un diario i cui mesi hanno giorni bislacchi, 77, 56, 41, racconta ad un invisibile lettore le tappe di una via crucis casalinga, di un fratello minore morto bambino, una madre smemorata persa dietro ad effimeri amanti, un padre schiavo dell'odio, una passione violenta che la condurrà sulla via della prostituzione: pagine che piangono sangue e sesso, purezza e banale, semplice desiderio di accoglienza, dal fragile universo di Gioia imploso per i colpi che lei stessa, e chi le sta accanto, gli hanno inflitto. In un'atmosfera satura di sedativi, nella nebbia di sensazioni rotta dalle urla degli altri pazienti, Gioia scrive e si mette a nudo per mostrare il livido più grande ed il più piccolo neo, quasi a voler fare chiarezza, e pulizia, nella memoria prima che nel mondo: perché "penso che la prima cosa che si impara, all'OPG, è ad avere paura della propria mente"...
Pozzoromolo, seconda prova dopo Acqua Storta di Carrino, napoletano d'origine classe 1968, colpisce dritto al cuore. Senza giri di parole, senza ostentazione, questa storia di dolore, estremo e totalizzante, crudo e quasi eccessivo per esserci tutto, e tutto insieme, nella vita di una sola persona, si lascia scoprire e sfogliare come un macabro fiore dai petali neri. Per ogni petalo, una spina nel lungo gambo: nulla viene risparmiato al personaggio Gioia, costretta a subire e vivere tutte le possibili declinazioni del male, omicidio, violenza, umiliazioni, abbandoni. E più in basso si scende in questo personale inferno, sepolto agli occhi della società, più la lingua di Carrino si fa densa ed intensa, capace di sgranare le perle dell'orrore con la grazia del poeta. C'è pietà, in Pozzoromolo, non morbosità, per Gioia e per ogni biografia simile scaraventata ai margini delle città, dove alla follia si accompagna l'inflessibilità della legge. C'è compassione per una figura che "forse" dovrebbe suscitare orrore per i crimini commessi (o solo immaginati) e che invece finisce per sprigionare miasmi di solitudine, perché a farle compagnia, dietro le sbarre della camera-cella, ci sono solo i neri fantasmi del passato, delle persone a cui per tutta la vita ha chiesto amore ricevendo, in cambio, la pesante moneta del disprezzo. Carrino, in un libro-confessione emozionante, dolcemente aspro, ha creato un personaggio che scivola nel cuore per non abbandonarlo più: sola, senza appigli, Gioia si racconta con schiettezza disarmante, con parole ricamate dalla luce dei lampioni sulle pareti buie di una stanza. Di Gioia ci si innamora, uomo o donna che si sia: e magari, grazie a lei/lui, i polsi incatenati al letto e un registratore ad afferrare ogni cupo segreto, le nostre piccole pene troveranno la giusta, oscura catarsi.

Leggi l'intervista a Luigi Romolo Carrino

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