Preludio a un bacio

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Una serata non troppo fredda di inizio dicembre. È buio da un pezzo e ormai in giro non c’è più quasi nessuno, anche se siamo vicino alla Reggia. Ma lui, piacevolmente stordito da tre o quattro bicchierini, continua a suonare il suo sax, non importa se nessun turista è lì a lasciare qualche monetina. Suona per suonare. Suona un pezzo che ama molto, Prelude to a kiss di Duke Ellington. Poi, d’improvviso, un forte dolore alla testa e l’uomo perde conoscenza. Si sveglia in un letto d’ospedale e sente subito qualcosa di strano: lo hanno lavato e rasato, del resto puzzava parecchio: vive in strada, dorme in un seminterrato fetido “largo sette passi e lungo quattro” su di un materasso sfondato con una tavola di legno sotto. Una giovane e bella (“ovale leggermente asimmetrico, naso affilato e curvo ma armonioso e gli occhi chiarissimi”) dottoressa gli spiega che è stato in coma quattro giorni, qualcuno lo ha colpito con una sbarra di ferro alla testa, probabilmente per rapinarlo – per fortuna non gli ha preso il sassofono, è tutto quello che ha. Ma la cosa peggiore è che è precirrotico, il suo fegato è messo molto male e deve subito smettere di bere o morirà molto presto. Poi viene interrogato da un poliziotto un po’ sgarbato, infine gli chiedono se devono avvertire qualcuno che lui è in ospedale. No, non c’è nessuno da avvertire. Dopo quattro giorni – sarebbe dovuto uscire prima ma la dottoressa Rocca, con la quale è entrato in confidenza (e che corteggia come se avesse qualche speranza) ci ha messo una buona parola e gli ha fatto approfittare di un letto morbido e pasti caldi per un pochino più del previsto – l’uomo esce dall’ospedale. Lo aspetta la sua vita sbandata, così lontana dal suo passato eppure ad esso così intimamente legata…

Diceva Giorgio Gaber che il giorno in cui si decide di fare un bilancio della propria vita non è mai un giorno piacevole. Una strategia tutto sommato saggia – per quanto poco percorribile – è quindi quella di non farne mai, di bilanci. Di lasciare che la vita scorra, come la puntina su un 33 giri, fino alla fine. È così che vive lo sbandato sassofonista (“…chiamatemi Emanuele”) protagonista del romanzo di Tony Laudadio, attore e scrittore. Ha inseguito una improbabile carriera da musicista e ha fallito; ha avuto una storia d’amore con una ragazza già impegnata con la quale ha concepito una figlia, che però è stata cresciuta da un altro; vive in assoluta povertà, è un alcolizzato. È però un uomo simpatico e dall’indubbio talento artistico, ha la battuta pronta ed è gentile, quindi quando racconta la sua storia trova spesso risposte indulgenti, rispetto, persino coccole: questo non lo induce ad autoassolversi, anzi. Sa benissimo che “qualsiasi fesseria si può imputare all’amore e al dolore”, ma che non è quasi mai onesto farlo. Preludio a un bacio (Premio selezione Bancarella 2019 e finalista all’omonimo premio letterario) ci fa dunque riflettere sui rimpianti, sugli errori, sulle sbandate. E chi non ne ha, chi non ne ha fatti, chi non ne ha prese? L’empatia che Laudadio riesce sin dalle prime pagine a creare tra il lettore e il protagonista finisce per rappresentare però un’arma a doppio taglio: tutto è sin da subito compreso, accettato, digerito e si procede nella lettura senza scossoni, senza nessuna sorpresa, senza spiazzamenti né nella trama né nella scrittura. Qualche cliché di troppo sulla musica e sui musicisti fa il resto, rendendo Preludio a un bacio un romanzo gradevole ma inoffensivo.



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