Preparativi per la prossima vita

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Zou Lei arriva dal remoto nordovest della immensa Cina: una terra di montagne, pastori, kebab di agnello, minareti musulmani che si protendono verso un cielo che sembra infinito. Sua madre, di etnia Uighur, le ha insegnato il silenzio, la mitezza e il gusto per i sogni, suo padre soldato la cura maniacale per la forma fisica e come sopportare la fatica senza mai lamentarsi. Quando i genitori sono morti, la ragazza ha deciso di viaggiare verso quella specie di Paese della cuccagna di cui ha sempre sentito favoleggiare: l’Occidente, l’America. Ma quello che ha trovato non assomiglia per niente a una favola: camion, rumorose fabbriche di dischi della frizione, cucine di fast food dai pavimenti scivolosi per l’unto, notti passate tappata in motel con altre ragazze cinesi che nemmeno capiscono il suo dialetto a guardare alla televisione un mondo sconosciuto, giorni passati piegata in due a lavare i panni e tagliare le verdure e nelle pause a fare gli addominali o leggere qualche numero vecchio del giornale “Sing tao”. Zou Lei vive in questo modo quasi due anni, finché una mattina non viene fermata dalla polizia mentre esce da una bodega dove era andata a comprare qualcosa da mangiare. La portano in prigione, senza spiegazioni. Hanno una legge che permette loro di farlo. Lei – come un mulo, come un albero – si adatta anche a questo: parla pochissimo, capisce ancora meno gli altri che parlano, sta in disparte. Contatta un avvocato, ma senza soldi lui rifiuta di assisterla. È sempre più sola, spesso piange in silenzio. Un bel giorno viene rilasciata dopo una breve udienza dal giudice durante la quale non capisce nulla. Anche stavolta senza spiegazioni. Sale su un pullman, si addormenta, va verso la grande città con le torri di vetro e acciaio. È lo stesso viaggio che sta facendo Skinner, un camionista gli ha dato un passaggio in Virginia. I due scambiano poche parole, fumano in silenzio cento sigarette. La radio trasmette musica country. Skinner è un ex marine con la sindrome post-traumatica da stress, è stato appena congedato per una brutta ferita che l’ha quasi mandato al Creatore rimediata in Iraq. Porta con sé uno zaino con dentro qualche maglietta di ricambio, una pistola, le Marlboro. Ha il corpo muscoloso percorso da tatuaggi e cicatrici. Dorme per tutta la Pennsylvania, quando si sveglia piscia in una bottiglia di Gatorade vuota perché il camionista non vuole fermarsi. Ecco New York: cazzo, guarda che roba lo skyline senza le due torri. Skinner scende dal camion. Buona fortuna, alla prossima…

L’amore ai tempi del Patriot Act sa di ruggine e fiele. La legge speciale varata all’indomani dell’11 settembre dall’Amministrazione Bush jr. per motivi di sicurezza nazionale e solo parzialmente modificata negli ultimi anni ha impattato profondamente sulla vita della classe operaia immigrata, che negli Stati Uniti sin dai primi del ‘900 è sempre stata una realtà molto estesa e ha avuto un ruolo essenziale nella società, nell’economia e nella cultura popolare. Anche la memorabile protagonista femminile di Preparativi per la prossima vita (il titolo richiama una scritta in una moschea della terra d’origine di Zou Lei) è una vittima del Patriot Act, passa mesi in prigione senza aver fatto nulla di male e anche fuori è costretta a fare la vita del topo, pregando di risultare invisibile, di non fare troppo rumore. Il suo mondo, il mondo degli immigrati clandestini, è una sorta di ambiente sotterraneo sul quale camminiamo senza sospettarne l’esistenza (beh, magari la sospettiamo, ma ce ne dimentichiamo con molta facilità e altrettanto sollievo), buio e regolato da leggi tutte sue. Ma persino una “sotterranea” come Zou Lei ha il suo Orfeo, anche lui un “danno collaterale” della guerra al terrorismo. È Skinner, un ex marine tormentato dai ricordi della guerra in Iraq, abituato più a usare le mani che il cervello, che si imbatte nella ragazza cinese proprio scendendo sottoterra (letteralmente, non metaforicamente), un giorno che, alla ricerca di una prostituta con gli occhi a mandorla, si avventura nei sotterranei di un emporio cinese in Main Street e finisce nella tavola calda clandestina in cui Zou Lei cuoce spaghetti quattordici ore al giorno. L’amore tra i due è casuale, povero, impacciato, basato quasi sul nulla: l’unica cosa che Skinner e Zou Lei hanno in comune – oltre che essere dei misfits – è infatti la mania per la fitness. Eppure è un miracolo neorealista, una storia struggente, violenta e disperata che vi strapperà il cuore. Una storia che Atticus Lish, che a questo romanzo d’esordio ha lavorato cinque anni, racconta con uno stile innovativo, perfetto per l’epica proletaria: frasi brevissime, dialoghi descrizioni e pensieri ammassati senza soluzione di continuità, citazionismo non pop – ché sarebbe un ammiccamento alla classe media – ma popolare. Un’estetica da discount di periferia, da autobus la mattina alle 6, da calli alle mani, da calli all’anima. Emozioni nette, feroci, massimalismo più che minimalismo. E si tratta di una scelta stilistica ancor più sorprendente (e forse ancor più apprezzabile) se si pensa che l’autore è il figlio di Gordon Lish, eminenza grigia dell’editoria statunitense, editor amato e odiato al centro di una celebre polemica per il suo trattamento “brutale” dei manoscritti di Raymond Carver, decenni fa. Malgrado la sua ingombrante schiatta, Atticus non è per niente chic, non scrive storie della upper class newyorchese, non cerca la complicità del pubblico, non lo consola, non gli permette di distogliere lo sguardo quando ciò che vede lo impressiona troppo: anzi lo scuote e lo fa piangere. John Steinbeck sarebbe fiero di te, ragazzo.



 

 

 

 
 
 
 

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