Prima che torni la pioggia

Prima che torni la pioggia
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Ali e Aziz sono due fratelli afgani, vivono coi genitori in un piccolissimo villaggio pashtun nell’entroterra del paese. Il padre ha un fucile ed un anello che rappresenta una sorta di tesoro familiare e fa parte di un gruppo di miliziani che cambiano orientamento a seconda di come soffia il vento. Un mattino che la madre manda i due ragazzi a raccogliere pinoli, dal villaggio arriva un boato tremendo e poi colonne di fumo che si levano dalle case di fango e paglia. Dalla loro postazione su un albero i due fratelli vedono camion che ammassano senza criterio i morti e i vivi. Rientrati al villaggio scoprono che i loro genitori sono scomparsi. Rastrellati o morti non ha più importanza. Quello che capiscono è di essere diventati orfani e di dover scappare da lì. Per anni vivono di elemosina, poi iniziano a lavorare in un mercato, dormendo sul cemento delle varie bancarelle. Ali, che è il fratello maggiore, mette da parte ogni spicciolo: vuole che Aziz vada a studiare in una madrasa per poter garantire un futuro ad entrambi. un barlume di equilibrio in mezzo ad una povertà nera ed in un paese instabile. I due stanno insieme, questo è già qualcosa. Ma un giorno che Aziz è lontano, un attentato dinamitardo al mercato mutila e dilania Ali riducendolo a poco più che un vegetale. Per potergli garantire le cure e la permanenza in ospedale ad Aziz resta solo una cosa da fare: arruolarsi coi pashtun fiancheggiati dagli americani…

Quella raccontata da Ackerman è una storia classica di ordinario delirio bellico in cui l’umanità si annulla e la bestialità degli individui si moltiplica. In quell’abominio che è stata l’ultima guerra in Afghanistan, la storia dei due fratelli - che ha come sottofondo la ricerca di un riscatto e la vendetta per un onore ferito (la morte del padre, la mutilazione di Ali) - sembra ergersi a manifesto nazionale. Non c’è però alcunché di originale in quello che si racconta; e non c’è alcunché di originale neanche nel modo in cui lo si racconta. La lettura è lenta, il tono monocorde. Le descrizioni pedanti ed inutili sono talmente puntigliose e chirurgiche da sortire l’effetto opposto al loro compito tecnico dentro una narrazione: invece di “fare vedere” la scena al lettore lo distraggono e lo prostrano. È un lavoro sfiancante col testo molto didascalico ed al contempo di una banalità impressionante. Un’opera di memoria che - dal punto di vista della resa narrativa - non ha credibilità: troppi dettagli, precisione ossessiva, uno sforzo monumentale a specificare laddove non è necessario tralasciando, invece, la cura per la narrazione pura. Ne viene fuori qualcosa di dispersivo. Al netto della storia in sé, sulla quale l’opinione è soggettiva, il romanzo è senza spessore né mordente. Galleggia sulla scia di quegli instant book messi insieme in fretta e furia per cavalcare l’onda di un fenomeno mediatico, una guerra o una tendenza globale. In questo caso la beffa è doppia: un romanzo sull’Afganistan - stucchevole - che arriva addirittura in ritardo di anni dietro ad una bibliografia sconfinata dedicata a quella guerra.



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