Prima di perderti

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Giuseppe si è suicidato gettandosi dal quinto piano. Da più di vent’anni per lavoro scriveva biografie di personaggi famosi per grandi case editrici, firmandole da solo, insieme al personaggio di turno o facendogli direttamente da ghostwriter per finte autobiografie. Quanta lontananza dai sogni di gioventù, quando era un militante di estrema sinistra, disegnava vignette per fogli extraparlamentari e “vagheggiava di fare il pittore”. Una lontananza che faceva male anche a lui, probabilmente. Chissà, forse era per questo che alludeva sempre al “suo vero libro”, un’opera capace di riscattarlo e liberarlo, sulla quale diceva di essere al lavoro da anni, ma senza che nessuno ne potesse leggere mai una riga. Ma ora che Giuseppe è morto il figlio Fausto di questo fantomatico libro in casa non ha trovato traccia: né un manoscritto né una bozza, nemmeno lo straccio di un appunto. Ironia della sorte, il figlio di Giuseppe invece di libri “veri” ne ha scritti tre, il primo – Il mio diavolo, la storia cruda di uno scaricatore di porto di Civitavecchia che uccide un suo omonimo, una sorta di doppelgänger – addirittura a vent’anni, accolto trionfalmente dalla critica. È brutto dirlo, ma quel successo aveva alzato un muro invisibile tra padre e figlio. “Per i dieci anni seguenti, il grande libro avrebbe continuato a tacere nella testa di Giuseppe”, mentre Fausto avrebbe replicato il successo dell’esordio con altri due libri. Ora il figlio oltre all’ovvio dolore e alla sorpresa sente il morso del rimpianto, il rimpianto di non aver chiarito tutto con il padre, anche a costo di scontrarsi. Con l’urna che contiene le ceneri di Giuseppe tra le mani, Fausto si reca al Pratone, “un ritaglio desolato fra cantieri che tirano su villette a schiera, al confine remoto” di Roma. “Gru, ponteggi, furgoni, cessi chimici” erbaccia bagnata e fango. Il ragazzo apre l’urna per disperdere le ceneri e all’improvviso si trova di fronte il padre. Una visione? Un’allucinazione? Un miracolo? Un fantasma? Qualunque cosa sia, l’ombra di Giuseppe sembra voler fare i conti una volta per tutte con il passato della sua famiglia…

Secondo romanzo per Tommaso Giagni dopo L’estraneo, che nel 2012 lo segnalò all’attenzione di critica e lettori come una delle voci più promettenti della narrativa italiana. Alla “pressione” che fatalmente le aspettative proprie, del pubblico e degli addetti ai lavori esercitano su chi lavora alla propria opera seconda, Giagni reagisce con felice sfrontatezza, scegliendo una trama insolita, una storia coraggiosa, una strada tutt’altro che comoda. In un cantiere desolato di periferia che fa pensare a Uccellacci e uccellini ha luogo un vero e proprio duello (anche nella liturgia) a metà tra l’onirico e il terrificante tra un padre morto e un figlio vivo: testimoni altri membri sparsi (madre, ex ragazza, amici, amanti e così via) di una famiglia allargata che è un po’ un archetipo, un tòpos degli ultimi decenni italiani. La militanza e l’impegno che cedono il passo all’inconcludenza, la frana che dalle bandiere rosse e dalla fame di rivoluzione porta alla scrittura su commissione e ai fiori di Bach. Il riflusso, le ipocrisie, l’incoerenza, le bugie raccontate soprattutto a se stessa da un’intera generazione. E la reazione della successiva, di generazione, che assiste con disprezzo alla “caduta degli dei” (o presunti tali) e non perdona loro niente. Sotto il peso dei “non detto”, dei rancori e dei rimpianti pagina dopo pagina, dialogo dopo dialogo, visione dopo visione Fausto e Giuseppe si piegano e flettono come fossero fatti di legno e cuoio, gemono, cigolano. Il personale si mescola al sociale, lo sfogo si alterna all’analisi, il dolore all’ironia e come destandoci da un sogno – o forse cominciandone uno nuovo – ci si ritrova nell’enigmatico/catartico finale con più domande che risposte a rimbombare nel cuore.

LEGGI L’INTERVISTA A TOMMASO GIAGNI


 

 

 

 
 
 
 

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