Pulvis et umbra

Iniziare la mattina con il dirimpettaio adolescente che ti chiede di aiutarlo a ripassare latino, nella scala personale del vicequestore Schiavone è una rottura di grado almeno 7. Entrare al bar e trovare una delle persone che più ti infastidiscono appostata ad aspettarti non migliora la situazione. Se poi una volta aperta la porta dell’ufficio lo trovi vuoto, capisci che la giornata può solo peggiorare. Come volevasi dimostrare ‒ sempre con ragazzino al seguito ‒ oltre a trovare la sua scrivania (per fortuna con relativo contenuto) relegata in un deposito per le scope, viene trovato anche il cadavere di un trans nella Dora. Brutta storia, l’omicidio è un livello 10 della scala Schiavone. L’istinto del vicequestore lo spingerebbe a buttarsi nell’indagine, ma il trasferimento nello sgabuzzino (per quanto motivatissimo dall’insediamento in questura di un gabinetto della Scientifica) gli puzza di punizione. Nessuno dei suoi superiori ‒ dal questore Costa al magistrato ‒ gli ha perdonato la storia di Baiocchi e tantomeno crede che lui non sappia perché costui è arrivato fino ad Aosta per ucciderlo finendo invece per uccidere Adele, la donna del suo storico amico Sebastiano, in casa sua. Ma citando Monicelli: “Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione”. Schiavone ribalta la situazione ponendo una specie di aut aut al povero Costa, adeguandosi almeno ufficialmente, alla posizione di subordine in cui l’hanno relegato…

Se con 7/7/2007 Manzini ci ha catapultato nel passato di Rocco Schiavone, con Pulvis et umbra – titolo che ovviamente si rifà alle Odi di Orazio – ci accompagna dolcemente e faticosamente nel futuro, giacché la vita degli uomini non si ripete e inevitabilmente bisogna andare avanti. La fatica di Rocco a livello emotivo diventa la nostra, ma solo a livello di emozioni, perché la lettura invece scorre come un buon cognac invecchiato al punto giusto. Lo definirei spiazzante: pagina dopo pagina si scopre un uomo che sta cambiando, o forse è già cambiato, senza peraltro aver perso nemmeno un briciolo della sfacciataggine (chiamiamola così) che lo caratterizza. Una dolcezza che finora avevamo visto solo nei dialoghi/monologhi con lo spirito di Marina. Marina che poco a poco lo sta lasciando (definitivamente?) solo, forse perché, senza che lui ne sia consapevole, è pronto per chiudere definitivamente i conti col passato, perché al suo fianco c’è Lupa, la cagnolina che ha adottato ed è diventata la sua ombra, forse perché è pronto ad avere un’altra donna al suo fianco. Purtroppo per lui è il passato a non aver ancora chiuso la partita e su quel passato che non smette di perseguitarlo, Manzini ha costruito una storia che definire buona è assolutamente riduttivo. I puristi del giallo potranno solo applaudire una trama molto più che complessa, chi ama i seriali per le evoluzioni dei personaggi sarà ammaliato dalla bravura di Manzini che, non potendo migliorare scrittura e stile, dà il massimo nello sviluppo del romanzo. Forse, da qualche parte, gli unicorni esistono.



 

 

 

 
 
 
 

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