Pura razza bastarda

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28 marzo 1965, stadio San Siro. Per il commissario Sergio Malfatti non è per niente una buona giornata. Il suo Milan ha appena perso il derby con l’Inter 5 a 2 e quello che lo fa incazzare ancora più del risultato è “vedere i bauscia che se la godono”. Malfatti è un ex partigiano ed un ex pugile, un omone dai modi bruschi che a quarantacinque anni ormai ha più rimpianti che speranze. Molti si domandano “come è stato possibile che un comunista sia diventato commissario della questura di Milano, ambientino piuttosto reazionario”. Se lo domanda anche lui, ma non ha ancora trovato una risposta. La sua vita personale è quello che è: vive da solo in un piccolo appartamento sporco e disordinato di via Vigevano, lavora dalla mattina alla sera, guida una 600, a trovare la anziana madre non ci passa quasi mai (e si sente molto in colpa per questo), da tre anni frequenta una ragazza più giovane di quindici anni, Gloria, e da tre anni si domanda cosa diavolo lei ci trovi in lui. Malfatti resta seduto a rimuginare sul Milan, si fuma una sigaretta aspettando che il pubblico defluisca. Quando finalmente si alza lo avvertono che c’è un morto in un bagno dello stadio. Si avvicina, si fa largo a spintoni urlando “Polizia, circolare!”, entra nei cessi. Ai piedi di un orinatoio c’è un corpo steso a terra. Ancora caldo. Nessuna ferita visibile. Malfatti lo fruga, apre la giacca a quadri da terrone che indossa e trova la carta d’identità. C’è scritto Pasquale Avanzo, cinquantotto anni, nato a Catania, professione operaio. Ma un operaio non porta un orologio Patek Philippe al polso e non ha 80.000 lire nel portafoglio, l’equivalente di un mese di stipendio. La mattina seguente – dopo essersi chiuso in ufficio per non sentire gli sfottò degli interisti della questura – Malfatti chiama il suo vice, Vitale, e gli ordina di fare accertamenti sul fu Avanzo. Vitale in fondo è siciliano come il morto, fino al 1963 era in servizio a Palermo, ma dopo che un mafioso gli ha sparato a una gamba è stato trasferito al nord con la scusa di proteggere lui e la sua famiglia. In realtà Malfatti sa benissimo che Vitale stava dando fastidio a qualche pezzo grosso della politica siciliana e che lo hanno mandato a Milano per levarselo dalle palle. Intanto il commissario si reca all’Istituto di Medicina Legale, a via Mangiagalli, dove il dottor Valenti ha fatto l’autopsia del corpo trovato allo stadio. Pasquale Avanzo è stato assassinato, per la precisione avvelenato con la stricnina, che probabilmente gli hanno offerto sciolta in un liquore…

Sono molti i giallisti italiani che negli ultimi anni hanno imboccato con successo la strada indicata dal maestro James Ellroy qualche decennio fa: applicare gli stilemi del noir ai misteri della storia patria. E di zone d’ombra la storia italiana del dopoguerra del resto ne offre molte, dalla strategia della tensione agli anni di piombo, dalla Banda della Magliana a Tangentopoli, dai misteri vaticani alla criminalità organizzata. Proprio di quest’ultimo tema ha deciso di occuparsi Paolo Grugni, esponente di spicco dell’underground letterario italiano, da molti anni (e molti libri) attento osservatore della contemporaneità. Ma – con un guizzo di originalità che gli fa onore – ha deciso di farlo da una prospettiva finora poco esplorata, soprattutto dalla fiction nostrana: l’invasione della operosa e ricca Lombardia da parte della Mafia nei primi anni ’60. Una invasione ai tempi tragicamente, colpevolmente, dolosamente sottovalutata (del resto era sottovalutato il fenomeno mafioso tout court, tanto che ancora si sentivano alti esponenti delle Istituzioni negare persino l’esistenza di Cosa Nostra in Sicilia, figuriamoci la sua penetrazione al nord) ma della quale il protagonista di Pura razza bastarda, il coriaceo commissario Sergio Malfatti, intuisce da subito la grande pericolosità. E quindi la sua guerra senza quartiere è al contempo contro i mafiosi e contro l’ottusità dei suoi superiori. Grugni racconta questa guerra (anzi, questa battaglia, dato che si annunciano sequel) attraverso gli occhi e le mani callose di un protagonista riuscito e interessante – malgrado qualche cliché hard-boiled di troppo – e basandosi su una bibliografia monumentale che riporta puntualmente in appendice. La puntigliosità della contestualizzazione della vicenda è però la forza e la debolezza al tempo stesso del romanzo: in ogni paragrafo l’autore inserisce un riferimento all’attualità dei tempi, aiutandosi anche con la scansione settimanale del campionato di calcio. La cosa finisce per sembrare forzata, dopo un centinaio di pagine l’impressione è di star leggendo – intramezzata al plot – la voce di wikipedia dedicata all’anno in cui parte la vicenda e questo paradossalmente toglie forza alla storia, la diluisce (e allunga troppo il libro). Un peccato, perché per il resto Pura razza bastarda è un poliziesco tosto, grintoso, appassionante e tutt’altro che banale.



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