Purity

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“Coitus interruptus maximus! 62 minuti e continua!!”, “Almeno è fica?”, “Faccia carina corpo fantastico”. Il testo del messaggio di Jason è reale e conciso come solo i messaggi dei ventenni hanno il diritto di essere. Decide di ingannare in questo modo l’attesa che Pip torni e riprenda a baciarlo lì dove si era interrotta prima che la necessità di prendere un preservativo non fosse più rimandabile. Pip è la ragazza che ogni domenica mattina condivide con lui l’abitudine di fare colazione da Peet’s Coffee leggendo il “New York Times” (“(…) il momento in cui si sentiva più civilizzata”) e che oltre ogni più rosea aspettativa quella domenica lo ha invitato a casa sua (casa sua per modo di dire, perché Pip vive in una casa occupata con altri 4 inquilini, ha un debito universitario di 130.000 dollari e una madre povera che non le ha mai rivelato chi fosse suo padre). Quando però Pip torna nella stanza è passata più di un’ora, Jason è comprensibilmente deluso da quell’attesa e la conversazione con il suo amico finisce tra le dita di Pip, la cui reazione è (ancor più comprensibilmente) amareggiata. Quello che però Jason e Pip non immaginano è che in poco più di un’ora il destino di Pip è cambiato…

Dopo le prime 40 pagine del romanzo di Franzen la tentazione di trarre una conclusione molto semplice (i preservativi vanno tenuti a portata di mano) è forte e tragicamente tranquillizzante. Soprattutto se confrontata con le conclusioni da trarre alla fine delle 642 pagine. Che una madre può rovinare la vita del proprio figlio (sì: se ve lo state chiedendo, la misoginia di Franzen è rimasta intatta), che l’azzardo morale è uno strumento di contrattazione molto utile (anche per gli scrittori nei confronti dei lettori), che la verità (o la purezza) non è un valore in assoluto, che le madri migliori, a volte, sono quelle che non hanno figli, che tenere in gioco una palla può essere davvero l’unica cosa utile che una coppia può fare insieme. Delle critiche rivolte a Franzen nel corso degli anni davvero non sappiamo che farne, che lui sappia scrivere “solo” (!) di middle class bianca e americana, delle sue presunte tirate moralizzatrici e snob, del non saper uscire dalla sua “comfort zone”… Vogliamo davvero renderci ridicoli e insegnare a Franzen cosa deve scrivere? Che se anche si dicesse che Purity non è all’altezza dei precedenti due romanzi ‒ essendo questi dei capolavori assoluti ‒ resterebbe comunque la cosa migliore in cui vi imbatterete quest’anno. In Purity infatti troverete tutto quello che un grande romanzo deve avere: il presente, il passato, la storia, l’economia, la politica, l’amore, la famiglia. La Bolivia, Berlino, la caduta del muro, la guerra fredda, l’America. Ma l’impressione è che quello snob di Franzen sia ancora una volta riuscito a portarci lì dove vuole lui, nelle sue acque, nella sua tazza di tè (“Non parlatemi di odio se non siete stati sposati”). Nei dintorni, ancora una volta, di una famiglia disfunzionale (americana sì, ma universalmente disfunzionale, alla faccia di Tolstoj) in cui ancora una volta è inevitabile produrre o subire atti di indicibile e involontaria crudeltà, in cui la salvezza non sarà nel punire (noi stessi o gli altri), non sarà nel perdonare (noi stessi o gli altri), non sarà nel fuggire (da noi stessi o dagli altri). Sarà nel riconoscere, nel dare un nome, e poi, umanamente e coraggiosamente, voltare pagina. Anche se voltare pagina può voler dire chiudere il miglior libro dell’anno.



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