Puttane assassine

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Il fotografo Mauricio Silva, detto L’Ojo, fugge nel 1974 dal Cile di Pinochet e va a vivere in Messico. Nell’ambiente degli esuli cileni corre voce che sia omosessuale, e infatti è proprio così. Ma non è per sfuggire alle dicerie che ben presto lui se ne va a Parigi: ha trovato lavoro presso una prestigiosa agenzia fotografica. Passano molti anni e un amico de L’Ojo lo incontra a Berlino: è più magro, la faccia solcata da rughe. Il fotografo racconta all’amico una strana, terribile storia che ha vissuto in India. Era là per fare un reportage fotografico su un quartiere di puttane e ha conosciuto una setta che ogni anno “consacra” un bambino maschio a non so quale divinità. È una festa barbara, proibita dalle leggi della repubblica indiana, ma che si continua a celebrare. Il bambino viene colmato di doni, portato in processione e infine castrato. Indignato e impietosito, L’Ojo aveva rapito due bambini castrati ed era fuggito con loro in un remoto villaggio indiano, dove si era messo a coltivare la terra… 1975. B e il padre di B vanno a fare una breve vacanza ad Acapulco. Per prima cosa si fermano ad un chioschetto in cui si cucinano iguane: sono dure ma sanno di pollo. Poi arrivano al loro albergo, economico ma a due passi dalla spiaggia. Appena sistemati in camera il padre di B chiede all’uomo della reception dove possono trovare un locale di puttane, B è molto in imbarazzo. Il padre lo capisce e quella sera dopo cena i due tornano dritti in albergo. Spiaggia, bibite, gelati, acque cristalline, un libro sul poeta Guy Rosey. I giorni passano così, in totale relax. Ma – come una tassa che non si può eludere – arriva il momento del locale delle puttane… Un giovane divo viene osservato con cupidigia e adorazione mentre balla e canta alla televisione da una strana ragazza, un po’ troietta di periferia un po’ creatura dalla saggezza arcana. Dopo un’accurata doccia, la ragazza salta in moto e raggiunge lo stadio in cui il divo si è appena esibito. Lo seduce, lo affascina, lo rapisce, insomma si allontana nella notte: sono solo lui e lei ora, e la ragazza gli parla incessantemente, come pronunciasse un incantesimo…

In un’intervista del 2000, parlando di questo Puttane assassine e rispondendo alla domanda se il sesso fosse il fil rouge dell’antologia e perché, Roberto Bolaño spiegava: “La gente quando si parla di sesso diventa idiota. Forse lo è sempre, ma il sesso, il monologo sessuale o il dialogo sessuale ( e non diciamo niente dell’incontro sessuale), fa diventare ancora più idiota la gente, che si limita a balbettare una serie di idee preconcette, idee che al fondo non differiscono in niente dall’antico Dio, Re e Patria, che come tutti sospettano (ma non lo dicono), significa Paura, Padrone e gabbia”. È un errore che Bolaño in questi 13 racconti di certo non fa, la banalità: lucidi e affilati come lame, ibridano mirabilmente il realismo magico sudamericano con l’asciuttezza della short story americana, ma tutti i frammenti sono attraversati da un sottotesto inquietante, che fa accapponare la pelle. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un elogio vitalistico della prostituzione ‒ “Da Catullo a Baudelaire, tutti i poeti le hanno amate, le puttane. E chi non le ama o è impotente o un fottuto puritano ipocrita della peggiore specie”, amava affermare lo scrittore cileno ‒ è in realtà uno sguardo fugace attraverso la superficie opaca delle cose, è la favola di un circo triste che somiglia a un rito pagano, è una satira amara dell’immaginario collettivo latinoamericano – questo soprattutto nei tre racconti autobiografici. La raccolta, ultimo titolo pubblicato da Bolaño in vita, contiene più di un capolavoro: il top è probabilmente Prefigurazione di Lalo Cura (gioco di parole con “la locura”, la pazzia in spagnolo), senza esagerare uno dei momenti più felici della cultura pop degli ultimi decenni. Il protagonista del racconto è Olegario detto Lalo, figlio di una pornostar colombiana degli anni ’80, Connie Sànchez. L’uomo parte alla ricerca del passato della madre con uno spirito di vendetta che quasi da subito si stempera nell’ammirazione di personaggi dalla profonda umanità, come il regista e produttore Helmut Bittrich, la mente raffinata dietro a quei film destinati al perverso mercato europeo, film visionari dalle trame incredibili. O come Pajarito Gòmez (“Un caso paradigmatico de porno anni Ottanta: non ce l’aveva grosso, non era un culturista. (…) Così insignificante, così denutrito. Così stranamente vittorioso”), che viene descritto con accenti commossi e ispirati.



 

 

 

 
 
 
 

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