Qualcosa di scritto

Roma, 1992. Il massiccio palazzone umbertino all’angolo di Piazza Cavour che si affaccia sul fossato di Castel Sant’Angelo ospita il Fondo Pier Paolo Pasolini, gestito da Laura Betti, sessantacinquenne attrice e cantante, autoproclamatasi musa per eccellenza ed erede spirituale dello scrittore, regista e poeta scomparso tragicamente ormai da quasi vent’anni. I suoi collaboratori (che più o meno bonariamente l’hanno ribattezzata “la Pazza”) subiscono ogni santo giorno gli alti e bassi del suo carattere impossibile. La Betti - bipolare, isterica, aggressiva, bulimica, imprevedibile, sboccata - ama infierire sui suoi collaboratori inermi: si diverte per esempio a definire il giovane Emanuele alternativamente zoccoletta melliflua, vanesia, bugiarda, fascista, gesuita, assassina, ambiziosa (tutto ovviamente declinato al femminile). La Pazza è “una specie di mostro dantesco, circondato dal fumo delle sigarette che lasciava consumare nel posacenere, con la sua mole sproporzionata e i capelli di una terrificante tinta tra l’arancione e il rossiccio”. Emanuele, non ancora trentenne, è al Fondo ormai da molti mesi e ha l’incarico di raccogliere tutte le interviste rilasciate da Pasolini, “dalle prime, che risalivano ai tempi del processo a Ragazzi di vita, fino alla più famosa, quella concessa a Furio Colombo poche ore prima di morire”, sistemarle in ordine cronologico e corredarle di note e di un piccolo saggio introduttivo per curarne un’edizione definitiva. Manco a dirlo, il lavoro di Trevi su quelle interviste che secondo la Betti “sco-tta-no” oppure “SCOTTANO” a seconda dei giorni è destinato inesorabilmente a essere giudicato disastroso dalla sua principale, eppure va avanti, con cura certosina, e si intreccia alla vita sentimentale del giovane e alla sua formazione politica ed intellettuale, sullo sfondo di un’Italia che sta per essere travolta da Tangentopoli e rimodellata dall’avvento di nuovi poteri, forse ancora più oscuri. Su questa situazione un po’ grottesca piomba come un meteorite la pubblicazione da parte di Einaudi di Petrolio, un clamoroso inedito di Pier Paolo Pasolini a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi. “Petrolio è un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice. Pasolini ci lavora dalla primavera del 1972 ai giorni che precedono immediatamente la morte, la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Petrolio è una bestia selvaggia”...

Facile che parlando di Pier Paolo Pasolini si finisca (o cominci) con il fare una riflessione sulla modernità o meglio sulla sua fine: cioè per esempio sulla entusiasta, suicida metamorfosi della Letteratura da “oltraggio irrimediabile” a “repertorio di trame buone per il cinema” alla quale abbiamo assistito negli ultimi decenni. Il paradosso è che Pasolini - così moderno, innovativo, ontologicamente spiazzante per la sua epoca - è oggi nonostante il suo status di icona un uomo e un intellettuale profondamente “di altri tempi” e un’opera come Petrolio è assolutamente, tragicamente, supercalifragilistichespiralidosevolmente anacronistica. Ciononostante (o forse proprio per questo) il proteiforme e discusso libro postumo di Pasolini è in fondo qui il vero protagonista: “mostro informe” che “può assomigliare a un romanzo, a un saggio, a un poema mitologico, a un libro di viaggi, a una raccolta di racconti”, che è insomma “qualcosa di scritto” senza ulteriori definizioni né limiti, come recita il titolo di un frammento che lo compone e dal quale Emanuele Trevi ha mutuato il titolo del suo, di libro. Anche questo tutt’altro che opera omogenea e facilmente classificabile: si tratta infatti di un qualcosa di scritto equidistante da un romanzo di formazione, un memoir, un reportage e un saggio di letteratura. Sia però che si racconti – con un tono tra l’attonito e l’ammirato – la furia scomposta e disperata di una Erinni che vive le stanze del Fondo Pasolini di piazza Cavour come “l’avamposto di una guerra crudele e silenziosa” contro “una realtà abissale, materiata di Violenza e Segreto”, sia che si vaglino le ultime ipotesi sul mistero del linciaggio di Pasolini all’Idroscalo, sia che si dia conto delle variopinta umanità che popola l’ambiente letterario, giornalistico e politico romano, sia che si esplorino le asperità di una educazione sentimentale (non) come tante, sia che si cerchi di rintracciare le tracce di antichi percorsi iniziatici in una Grecia che somiglia tanto alla provincia italiana, sia infine che si analizzi con acume la scrittura pasoliniana nel labirinto del magmatico, esoterico Petrolio, questo Qualcosa di scritto si dimostra un libro con i fiocchi, intenso, intelligente ed emozionato. E per Dio, se Trevi ci fornirà i contatti della Maria di cui racconta nel libro siamo disposti persino a gridare al capolavoro.



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