Qualcuno è vivo

Qualcuno è vivo

San Basilio, borgata di Roma infilata quasi a forza tra la Tiburtina e la Nomentana. Per i più solo un ammasso di palazzoni bianco sporco covo di comunisti, ma soprattutto di ladri. Negli anni Sessanta in questa zona non c’è praticamente nulla, nessuno spazio di divertimento né aggregazione. L’unico svago per i ragazzini è quello di pescare le rane da rivendere alle osterie della zona e di ascoltare i racconti delle cosiddette “facce da lametta”, ovvero quei soggetti che escono di casa solo dopo che è tramontato il sole e che, se non sono impegnati in qualche tipo di attività criminale, si vantano delle loro imprese attorno a un falò improvvisato, magari con un whisky in mano. Giancarlo Balestra, a casa Lallo ma per tutti Cheyenne per i suoi capelli lunghi e corvini, Luigi Giubilei, inteso Giggi il Macellaretto, e Alberto Montello, soprannominato Cita per la sua andatura dinoccolata, vedono nelle storie del Nasca, dello Zingaro, del Pilota e di tutti gli altri bravi ragazzi l’unica via di uscita dalla loro condizione. Così, invece che aspettare Baffone come fanno i loro genitori, decidono di rubare una Lambretta alla Borgatella. La scorribanda ha vita breve dato che la polizia nota subito tre dodicenni a bordo di uno scooter tutti assieme. Non bastano gli schiaffoni ricevuti dai genitori a far loro cambiare propositi, però. Quando ai tre si aggiunge il gigantesco Claudio, soprannominato Smith l’idiota, il sodalizio si cementifica ancora di più e la corsa verso una vita criminale diventa inarrestabile…

Qualcuno è vivo. Lo è ancora. Antonio Mancini lo è, ad esempio. Sì, perché Nino è stato uno dei boss più importanti della famigerata banda della Magliana. Uno dei membri fondatori di quel sodalizio criminale che dalla fine degli anni Settanta fino ai primi Novanta ha seminato il terrore per le strade di Roma e al cui destino sono probabilmente legati moltissimi misteri irrisolti della recente storia d’Italia. I membri di quella banda sono finiti a spararsi l’un l’altro mentre Mancini, conosciuto nell’ambiente come Accattone per via del suo amore sconfinato per il maestro Pasolini, non solo è sopravvissuto ma è addirittura rinato. Una nuova vita da collaboratore di giustizia ma anche da accompagnatore per disabili, i dolenti, come li chiama lui. E da scrittore. Dopo un libro intervista sul suo passato criminale, scritto a quattro mani con la giornalista Federica Sciarelli e intitolato Con il sangue agli occhi, ritorna con un romanzo noir dalle forti tinte hard boiled. Un’opera matura dalle forti influenze autobiografiche che riporta alla mente immediatamente il miglior Edward Bunker. Non solo crimini e sparatorie ma anche la storia di un’amicizia sincera che si racconta con il linguaggio più vero da Ragazzi di vita. Nulla di artefatto o posticcio ma tutto verosimile, quasi si trattasse di una seduta di analisi per l’autore, che non vuole cancellare nulla del suo passato né edulcorarlo. Un percorso tortuoso che lo ha portato così a noi oggi e il cui romanzo è la prova, nero su bianco, che tutti si meritano una seconda possibilità, soprattutto quando la vita è stata avara di regalie. In arrivo un seguito già in lavorazione.



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