Quando parlavamo con i morti

Quando parlavamo con i morti
Hanno scelto un passatempo un po’ pericoloso quelle ragazzine: passano i pomeriggi a giocare con una tavola ouija che sono riuscite finalmente ad accaparrarsi, e a chiamare gli spiriti di morti e desaparecidos. Ma, si sa, il rischio è che vengano in contatto mondi che dovrebbero restare separati. E infatti… Silvina incontra spesso nella metro una mendicante dal volto sfigurato dal fuoco, che racconta la triste storia della violenza subita dal suo compagno. Ma, dopo alcuni episodi simili, all’improvviso in città cominciano a verificarsi dei roghi, della strane ustioni che le donne non sembrano aver subito per mano di nessuno… Mechi lavora in un ufficio pubblico che si occupa dell’archivio di bambini e adolescenti scomparsi. Tutti quei visi, tutte quelle foto – chissà perché così brutte – sono una sofferenza dalla quale è importante non farsi coinvolgere troppo. Fino a che la ragazza non si imbatte nella storia di Vanadis, bellissima prostituta quattordicenne scomparsa nel nulla. La sua storia tormenta Mechi fino al momento in cui scopre che è morta, momento che coincide con l’improvvisa ricomparsa della ragazza. E non è l’unica a tornare, non si sa da dove…
Non è un caso che il comune denominatore di questi tre racconti (due brevi e uno più lungo per un totale di un centinaio di pagine) sia la morte. L’autrice, la giornalista e scrittrice argentina Mariana Enriquez, è infatti una appassionata di atmosfere dark che nei suoi romanzi abbondano e si fanno spesso horror vero e proprio. Questi racconti invece si muovono su un piano diverso, come se avesse deciso di “piegare” un genere ad una scrittura quasi politica (in senso lato) che sceglie di raccontare una realtà spesso più spaventosa di qualunque finzione narrativa. Nelle tre storie, tutte ambientate nella Buenos Aires contemporanea, affiorano temi terribilmente attuali che vanno dalla scomparsa dei bambini alla prostituzione minorile, dalla violenza sulle donne alla droga, e, ovviamente, ai desaparecidos. E così i fantasmi del primo racconto (che dà il titolo alla raccolta) sono sì spiriti, ma si mescolano ai fantasmi del mondo reale che sono quegli uomini e quelle donne che non sono né vivi né morti, ma sono semplicemente spariti nel nulla, appunto i desaparecidos; capita che gli episodi di violenza sulle donne si intreccino con una folle vena di femminismo autolesionista ed insensato; capita che storie terribilmente reali (c’è anche il riferimento ad un fatto tra cronaca e leggenda, molto noto a Buenos Aires) abbiano una svolta che finalmente invochi una specie di Armageddon che ricorda ora il Pifferaio di Hamelin, ora certo Stephen King. Eppure il senso di profonda inquietudine che i racconti suscitano (soprattutto l’ultimo) non nasce mai da particolari spaventosi o fatti sanguinosi; anzi è proprio il suggerito, il sotteso a lasciare spazio all’immaginazione del lettore e a turbarla nel momento in cui il racconto pare interrompersi all’improvviso, senza offrire esiti. Sicuramente una bella abilità narrativa che l’autrice mostra di padroneggiare da vera appassionata del genere. A questo proposito, particolarmente belle e illuminanti le parole della Enriquez in una intervista, che chiariscono bene gli intenti veri dei racconti, sicuramente più di tipo letterario che di denuncia vera e propria: “Mi sono concentrata sulla ricreazione nella mia lingua e attraverso la mia storia di quella letteratura gotica che amo sin dall’infanzia. Non c’è molta letteratura di genere gotico o di terrore in spagnolo, e non volevo limitarmi a “tradurre”. Volevo trovare i nostri orrori”. E c’è riuscita bene.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER